Hanno detto del libro
Il saggio di Edith Wharton "Il vizio della lettura" pubblicato da OLIBELBEG non è passato inosservato. Ogni giorno decine di "lettori meccanici" e "non meccanici" visitano il sito. Grazie.
La panca rossa
Il vizio della lettura, di edith wharton, olibelbeg venezia
LA CITTA' INVISIBILE
Luigi Bruschi
Comodamente adagiato in una verde senectus, ero ormai convinto di essere un uomo moderatamente virtuoso ed ecco che d’improvviso mi scopro un impenitente vizioso. Artefice della dolorosa epifania è un libriccino fresco di stampa che arriva sulla mia scrivania: un saggio della scrittrice statunitense Edith Wharton, nota soprattutto per il romanzo L’età dell’innocenza (1920) che le valse il Pulitzer Prize (prima donna a riceverlo dalla sua istituzione).
Si tratta di un breve testo dal titolo The Vice of Reading, scritto nel 1903 (North American Review 177, Oct. 1903, 513-21) finora inedito in Italia e ora pubblicato a cura di quattro veneziani appassionati d’arte con il titolo Il vizio della lettura (editore Olibelbeg, 2014. – pp. 45).
Già l’incipit è sorprendente:
THAT “diffusion of knowledge” commonly classed with steam-heat and universal suffrage in the category of modern improvements, has incidentally brought about the production of a new vice — the vice of reading.
I progressi dovuti alla diffusione del sapere ci obbligano a fare i conti con un nuovo genere di vizio: il vizio della lettura. Nessun vizio è così difficile da sradicare come un vizio che sia considerato una virtù. Il vizio della lettura, benché sia l’ultimo arrivato, si situa al primo posto della classifica e tiene felicemente il passo di consolidate virtù quali la propensione al risparmio, la sobrietà, l’abitudine d’alzarsi di buon ora, la pratica di tenere in esercizio il proprio corpo. C’è un’aggressività del tutto particolare in chi ha scoperto il piacere della lettura. I nuovi adepti lo riveriscono come l’emblema della perfezione, mentre esso suscita una diffusa invidia non disgiunta da un palese senso di inferiorità intellettuale in chi è ancora immune dal vizio della virtù.Ma, ammonisce Edith Wharton,
reading is no more a virtue than breathingleggere non è più meritevole del respirare,
e aggiunge:
leggere non va confuso con la cultura come la cultura non va confusa con l’erudizione.A questo punto, io che avevo sempre nella mente i versi di Borges:
Que otros se jacten de las páginas que han escrito;a mí me enorgullecen las que he leído.
Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte;il mio orgoglio sta in quelle che ho lettemi sono sentito senz’altro spiazzato e depresso.
Fortunatamente, andando avanti nella lettura mi sono rinfrancato.
La scrittrice classifica in lettori in due categorie: the mechanical reader and the intuitive reader.
Il lettore intuitivo è il lettore “born to read, nato per leggere, il ‘buon’ lettore, quello che capisce di libri e impara dai libri, colui per il quale “reading forms a continuous undercurrent to all his other occupations”, cioè per il quale la lettura forma una continua corrente sotterranea a tutte le altre sue occupazioni.Ed infine la frase liberatoria: per il lettore nato la lettura non è un vizio.
Scopriamo così che la Wharton ce l’ha con il lettore meccanico. I lettori meccanici sono quelli che leggono ogni libro di cui si parla. Non imparano nulla dai libri e spesso non li capiscono. I lettori meccanici sono come quei turisti “who drive from one ‘sight’ to another without looking at anything that is not set down in Baedeker”.
Sufficientemente rassicurato, dopo il pericolo corso dal mio ingombrante Über-Ich, metto da parte il malizioso libriccino e con mano leggera riapro Seneca il Vecchio là dove lo avevo lasciato.


“Leggere non è una virtù, ma un'arte. È un dono elargito agli uomini dalla natura e richiede d'essere coltivato dalla pratica e dalla disciplina”. È quanto scrive Edith Wharton nel saggio Il vizio della lettura (The vice of reading), uscito in Italia per i tipi dell’editore Olibelbeg di Venezia. Un brano è stato riportato dal quotidiano La Repubblica. Se ne consiglia l’acquisto e la lettura per comprendere a fondo il pensiero della scrittrice statunitense. La traduzione è di Corrado Bevilacqua. “Il valore di un libro – scrive Edith Wharton - è commisurato alla sua plasticità, alla sua capacità di stimolare la mente del lettore creando nuove forme di pensiero che sono il risultato della reciproca adattabilità fra il pensiero dell'autore e quello del lettore. Non v'è in letteratura alcuno standard di valutazione oggettiva del valore di un libro, poiché il suo valore dipende da quello che il lettore riesce a trarre da esso. I migliori libri sono quelli dai quali il lettore riesce a trarre maggior beneficio. Ciò dipende comunque dalla preparazione del lettore”.Per Edith Wharton “un lettore meccanico, trarrà inevitabilmente dalla lettura di un libro minore beneficio di un lettore preparato”. Il lettore preparato “legge un libro tenendo conto della complessità dei problemi che la lettura del libro comporta” ed è “anche in grado di interpretarlo”. Edith Wharton fa poi la distinzione “fra i libri alla moda i quali attraggono i lettori che amano anche la più banale delle fiction, e libri che aiutano i lettori a riflettere su ciò che accade attorno a loro fornendo a essi i mezzi per farlo”.Leggere, dunque, è un'arte che va praticata e sviluppata per capirsi e capire il mondo che ci circonda.
L'ESPRESSO
Verba Woland: la lettura è una virtù?
Comodamente adagiato in una verde senectus, ero ormai convinto di essere un uomo moderatamente virtuoso ed ecco che d’improvviso mi scopro un impenitente vizioso. Artefice della dolorosa epifania è un libriccino fresco di stampa che arriva sulla mia scrivania: un saggio della scrittrice statunitense Edith Wharton, nota soprattutto per il romanzo L’età dell’innocenza (1920) che le valse il Pulitzer Prize (prima donna a riceverlo dalla sua istituzione).
Si tratta di un breve testo dal titolo The Vice of Reading, scritto nel 1903 (North American Review 177, Oct. 1903, 513-21) finora inedito in Italia e ora pubblicato a cura di quattro veneziani appassionati d’arte con il titolo Il vizio della lettura (editore Olibelbeg, 2014. – pp. 45).
Già l’incipit è sorprendente:
THAT “diffusion of knowledge” commonly classed with steam-heat and universal suffrage in the category of modern improvements, has incidentally brought about the production of a new vice — the vice of reading.
I progressi dovuti alla diffusione del sapere ci obbligano a fare i conti con un nuovo genere di vizio: il vizio della lettura. Nessun vizio è così difficile da sradicare come un vizio che sia considerato una virtù. Il vizio della lettura, benché sia l’ultimo arrivato, si situa al primo posto della classifica e tiene felicemente il passo di consolidate virtù quali la propensione al risparmio, la sobrietà, l’abitudine d’alzarsi di buon ora, la pratica di tenere in esercizio il proprio corpo. C’è un’aggressività del tutto particolare in chi ha scoperto il piacere della lettura. I nuovi adepti lo riveriscono come l’emblema della perfezione, mentre esso suscita una diffusa invidia non disgiunta da un palese senso di inferiorità intellettuale in chi è ancora immune dal vizio della virtù.Ma, ammonisce Edith Wharton,reading is no more a virtue than breathing leggere non è più meritevole del respirare,e aggiunge:leggere non va confuso con la cultura come la cultura non va confusa con l’erudizione.A questo punto, io che avevo sempre nella mente i versi di Borges:Que otros se jacten de las páginas que han escrito;a mí me enorgullecen las que he leído.Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il mio orgoglio sta in quelle che ho letyo mi sono sentito senz’altro spiazzato e depresso. Fortunatamente, andando avanti nella lettura mi sono rinfrancato. La scrittrice classifica in lettori in due categorie: the mechanical reader and the intuitive reader. Il lettore intuitivo è il lettore “born to read, nato per leggere, il ‘buon’ lettore, quello che capisce di libri e impara dai libri, colui per il quale “reading forms a continuous undercurrent to all his other occupations”, cioè per il quale la lettura forma una continua corrente sotterranea a tutte le altre sue occupazioni.Ed infine la frase liberatoria: per il lettore nato la lettura non è un vizio.Scopriamo così che la Wharton ce l’ha con il lettore meccanico. I lettori meccanici sono quelli che leggono ogni libro di cui si parla. Non imparano nulla dai libri e spesso non li capiscono. I lettori meccanici sono come quei turisti “who drive from one ‘sight’ to another without looking at anything that is not set down in Baedeker”.Sufficientemente rassicurato, dopo il pericolo corso dal mio ingombrante Über-Ich, metto da parte il malizioso libriccino e con mano leggera riapro Seneca il Vecchio là dove lo avevo lasciato.
Commenti al post dell'Espesso
Alfredo Mammone
Inizio con una confessione:nonstante sia di lingua inglese e sia una scrittrice, non ho letto nulla della Wharton, nè in lingua originale e men che meno in traduzione.A giudicare dalla sua biografia non dev’essere stata persona con cui abbia nulla in comune.
Naturalmente son sempre stato smentito dai fatti quando ho avuto un pregiudizio, come con la Austen che a giudicare dal titolo della sua opera più famosa e dall’edizione per giovanette che ne avevo in casa quand’ero giovincello, senza leggerla, mi ero fatto l’idea di una scrittrice per giovanette di buona famiglia (tipo Invernizio e collezione Harmony), lettura non adatta ad un adolescente che si riteneva pieno di virtù virili.
Oggi è di gran lunga la scrittrice che amo di più.
Nell’operetta di cui parliamo la Wharton semba infarcire un bel po’ di ovvietà, bagnandole con l’acqua calda, che crede di aver appena inventat. Certo nel 1903 la situazione sociale era profondamente diversa da quella attuale.
Il mondo non conosceva che l’inizio del cinema, come nuovo mezzo, non come nuovo strumento di comunicazione e di intrattenimento di massa (ma lo divenne a brevissimo termine), nel 1902 fu inaugurata la prima sala cinematografica e solo nel 1905 iniziò le regolari proiezioni.
La radio, addirittura, solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale divenne un mezzo di comunicazione di massa, anche se negli Usa ci mise solo un paio di anni dal 1920 al 1922. La TV era di là da venire.
La lettura era tutto: lo sport (le prime Olimpiadi Moderne furono ad Atene nel 1896), il teatro, il ballo, la musica, dovranno attendere “i favolosi anni ‘20″ per essere veramente popolari ed alla portata di tutti.
Certo la Wharton di origini popolari non era, appartenendo ad una aristocrazia del denaro che forse solo a Boston ha avuto eguali, non considerando la ricca società meridionale dei proprietari di piantagioni di prima della Guerra Civile.
Mi viene spontaneo richiamare alla mente Don Chisciotte e Giacomo Leopardi come paradigmi dell’esagerato amore per la lettura e gli studiAnche l’acqua diviene una tortura somministrata in modo smodato.
Altro non posso dire essendo il mondo delle patronesse benintenzionate e di buoni natali troppo lontano dalla mia meschina realtà.
Pecco di pregiudizio e di orgoglio, non mi curo di lei, ma guardo e passo e torno ai Dialoghi Platonici ed al Teatro Comico e Tragico Greco e Romano che, pur essendo tra le mie letture ed i miei interessi, avevo dimenticato di citare tra le mie letture classiche nell’ultimo intervento prima di questo …
Caro Diego,
quando Platone puntò l’indice sul pericolo che avrebbe rappresentato la scrittura non credo pensasse che sarebbero diventati tutti scrittori. Chissà cosa direbbe ora (anche se i pericoli che il grande filosofo paventava erano altri). Quanto al leggere è proprio così: troppi leggono come viaggiano, in modo compulsivo e nevrotico. Ma il saggio della Wharton è molto più interessante di quanto appaia dal mio post (io ne ho preso solo uno spunto, proprio, come lei acutamente osserva, per fare un po’ d’ironia sui nostri vizi). La scrittrice, infatti, più che con i lettori ce l’ha con gli scrittori e con i critici.
Alfredo Mammone
Bellissimo commento di Diego ed interessante la risposta del Proffe.
E’ vero, sono andato fuori tema in parte e per altra parte, forse _io_ non ho compreso il messaggio della Wharton.
E’ vero, sono andato fuori tema in parte e per altra parte, forse _io_ non ho compreso il messaggio della Wharton.
Ma diamo un’occhiata più approfondita …Qui troviamo il testo in PDF, DJVU, Mobi, epub …
Qui, invece un commento criico che si avvicina al mio modo di vedere:
Qui, il termine “Snobby” è un riassunto perfetto del pensiero di chi recensisce:
Qui, invece, si collega il saggio a una raccolta di racconti (Edith Wharton: “Xingu and other stories” New York 1916, Charles Scribner’s Sons) di cui proprio quello preso per il parallelo è quello che dà il nome all’intera raccolta:
Qui troviamo “Xingu”:
Potremmo andare avanti all’infinito.
Rimane il fatto che,
a parte gli SMS ed i messaggi dei Social-network, per il 99% redatti da semi-analfabeti,
oggi come oggi è sempre meno un Mondo di lettori e scrittori
e chi indulge nelle due cose è spesso uno zotico incapace.
Come schiere di politici e giornalisti scrittori (non tutti sono Biagi, Montanelli, Calamandrei, Gramsci, …).
Come schiere di analfabeti ignoranti piccolo-borghesi e spesso settentrionali, lettori per obbligo sociale e sempre per tale obbligo frequentatori di mostre d’arte, sale restaurate a Mantova, teatri, balletti, opere liriche, concerti in chiese e teatri, commedie di avanguardia e retroguardia, rappresentazioni belle o brutte di Shakespeare, Teatri Romani e teatri coperti, balere e corsi di ballo, di cucina e di inglese …
Finendo per essere più ignoranti e complessati di quando dovevano ancora iniziare …
RISPOSTA
Caro Alfredo dico anche a lei che il link all’articolo originale era già presente nel post. Sarei curioso di sapere (per ragioni “editoriali”) se i link non si notano. Grazie.
Val. Io decreterei un pareggio al termine dei tempi supplementari …
a parte gli SMS ed i messaggi dei Social-network, per il 99% redatti da semi-analfabeti,
oggi come oggi è sempre meno un Mondo di lettori e scrittori
e chi indulge nelle due cose è spesso uno zotico incapace.
Come schiere di politici e giornalisti scrittori (non tutti sono Biagi, Montanelli, Calamandrei, Gramsci, …).
Come schiere di analfabeti ignoranti piccolo-borghesi e spesso settentrionali, lettori per obbligo sociale e sempre per tale obbligo frequentatori di mostre d’arte, sale restaurate a Mantova, teatri, balletti, opere liriche, concerti in chiese e teatri, commedie di avanguardia e retroguardia, rappresentazioni belle o brutte di Shakespeare, Teatri Romani e teatri coperti, balere e corsi di ballo, di cucina e di inglese …
Finendo per essere più ignoranti e complessati di quando dovevano ancora iniziare …
RISPOSTA
Caro Alfredo dico anche a lei che il link all’articolo originale era già presente nel post. Sarei curioso di sapere (per ragioni “editoriali”) se i link non si notano. Grazie.
Val. Io decreterei un pareggio al termine dei tempi supplementari …
Il gazzettino
L'ESPRESSO
11 gen Verba Woland: i danni del
lettore meccanico biliopoli
Dal Prof. Woland per La città
invisibile -
Nel mio ultimo post parlavo del saggio
The Vice of Reading di Edith Wharton, la scrittrice statunitense nota
soprattutto per il romanzo The Age of Innocence (1920), dal quale nel
1993 è stato tratto l’omonimo film di Martin Scorsese.
L’occasione era dettata dall’uscita
della traduzione italiana, un libriccino di poche pagine dal titolo
Il vizio della lettura (editore Olibelbeg, 2014. – pp. 45).
Mi sembra opportuno riprendere
l’argomento perché io avevo taciuto l’aspetto forse più
interessante del saggio. Ma procediamo con ordine.
Come ricorderete la Wharton classifica
i lettori in due categorie: the mechanical reader e the intuitive
reader.
In breve: i lettori intuitivi sono
quelli che traggono linfa vitale dalle loro letture, i lettori
meccanici sono quelli che leggono per sentirsi a la page, ma non
imparano nulla dai libri che leggono e addirittura, per lo più, non
li capiscono.
“To the mechanical reader, books once
read are not like growing things that strike root and intertwine
branches, but like fossils ticketed and put away in the drawers of a
geologist’s cabinet; or rather, like prisoners condemned to
lifelong solitary confinement. In such a mind the books never talk to
each other“
Per il lettore meccanico i libri una
volta letti sono dei fossili da chiudere in un cassetto e dimenticare
per sempre.
Ora, potremmo anche infischiarcene del
lettore meccanico, se non stimolasse l’autore meccanico: i due
sono, infatti, le facce della stessa medaglia.
Ma il fatto di aver stimolato l’autore
meccanico è il minore dei delitti del lettore meccanico.
La sua nocività è in realtà
quadruplice:
La richiesta di scrittura mediocre
facilita la carriera dell’autore mediocre. Attirare talenti
creativi nei ranghi della produzione meccanica è senz’altro il più
grande reato del lettore meccanico.
La passione per le semplificazioni e
banalizzazioni di argomenti astrusi e difficili rallenta la vera
cultura.
La confusionedi giudizi morali ed
intellettuali.
La domanda di lettura predigerita,
l’incapacità di distinguere tra mezzi e fini ha sviato la critica
letteraria o, meglio ancora, ha prodotto come proprio clone il
critico meccanico (has produced a creature in his own image the
mechanical critic).
Scrive la Wharton:
“È così che il lettore meccanico
lavora sistematicamente contro la migliore letteratura. Ovviamente
tutto ciò danneggia principalmente l’attività dello scrittore. La
via che conduce all’approvazione del vasto pubblico è, infatti,
così larga, così facile da percorrere e così affollata di
piacevoli compagni di viaggio, che più di qualche giovane scrittore
è attratto da essa e si lascia condurre dai suoi compagni di viaggio
fino alla sua fine.“[1]
Se ora pensiamo alle trasmissioni
televisive, a certa produzione cinematografica e alla miriade di
libri che ogni giorno vengono stampati, non possiamo non riconoscere
a quest’analisi un’acutezza sorprendente, soprattutto se
rammentiamo che le considerazioni di Edith Wharton risalgono al
lontano 1903.
Credo che tutte le sue osservazioni si
possano riassumere in una sola frase:
“It is probable that if no one read
but those who know how to read, none would produce books but those
who know how to write.“
cioè:
“È probabile che se nessuno leggesse
tranne che coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri
tranne coloro che sanno come scriverli.“
Sarà banale, forse, ma credo sia
profondamente vero.
The Vice of
Reading by Edith Wharton,
A Review
Publicado por
Delfina Morganti Hernández
Licencia de
Creative Commons
This obra by
www.dearticulosyrevisiones.blogspot.com is licensed under a Creative
Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.
IEdith Wharton,
American writer
1862-1937.
Conversations with
Edith Wharton: A review on The Vice of Reading
by Delfina
Morganti H.-
In her
outrageously attractive, sometimes ruefully hilarious essay The Vice
of Reading, Edith Wharton introduces what we will often call the
"habit" of reading (of "reading per se," as she
puts it) in the form of the first and foremost item within the list
of vices that are "so hard to eradicate" precisely because
they are "popularly regarded as virtues." That is, virtues
parallelled to, as quoted from Wharton, "thrift, sobriety, early
rising and regular exercise."
Wharton derives
her assertions from many reasons which she cares to outline in a very
straightforward, even bald way that will have the avid reader biting
their nails till the very last. Now, if one stops and thinks about
the introduction to The Vice of Reading, her line of thought and
criticism seems to lead to one particular direction, and that is of
the industrialization and mass production of the printing press:
That "diffusion
of knowledge" commonly classed with sleam-heat and universal
suffrage in the category of modern improvements, has incidentally
brought about the production of a new vice— the vice of reading.
By blaming the
"diffusion of knowledge", Wharton seems to debase, question
and satirise our commonly-held views on the numberless advantages
that the reaching of the literature and reading material in general
ought to have offered the mass of new readers that the print industry
inexorably bred as a consequence of its expansion in the late
nineteenth and the beginning of the twentieth century. Not that
Wharton implies to protest against the widespread of literacy in The
Vice of Reading. Rather, she sounds as though she were an author in
outrage, a reader heedless of imminent danger, who could have frowned
and trembled on hearing someone point out lavishly that they stick to
a very particular routine when it comes to reading, or that they make
a point of reading "every book that is talked about."
She writes about
her own viewpoint on literary boom and how it has affected the
society of her times, and she does so with exquisite wit, absolutely
gallant humour and a lot of true-to-life metaphorical language.
Mechanical VS Born
readers
It is not, in
fact, "that "diffusion of knowledge"" which she
will end up pouring scorn on but, rather, the fact that within the
scope of changes that such an advance once brought about, it has also
led to the literacy (-ry) boom which has born and brought up a most
despicable, ridiculously meticulous character: both conceited and
feather-brained, he is the very menacing specimen of the empty-headed
who, blindly trusting the miraculous powers of reading merely for the
sake of reading—whatever comes and come what may— then it should
follow that by such routine exercise his mind will be properly
supplied with overpowering wit and undoubtedly exquisite talent for
rightful criticism and intellect.
In a stream of
criticism against those who inherently adhere to the modern trend of
reading everything that comes to light, Edith Wharton describes the
figure and profile of the "mechanical reader", as opposed
to the behaviour displayed by the "born reader", to whom
"reading is no more a virtue than breathing."
Wharton can see no
genuine virtuosity in what she calls "volitional reading".
There is to her no extraordinary gift in reading when deliberately
undertaken nor in forcing oneself to read even a thousand books:
... volitional
reading— is no more reading than erudition is culture. Real reading
is reflex action [...]
To her, the born
reader is he who "reads as unconsciously as he breathes."
If there is anything like a virtue, then the born reader's virtue
lies in his taking reading as a spontaneous and rather natural style
of life. On the other hand, there can be no sense of virtue, in
Wharton's view, in he who throws himself onto reading in a bid to
keep up with whatsoever fashion is dictated by the vox pop.
To Wharton,
reading is, consequently, a highly overrated act, and at one point
she seems unable to help herself and wonders, "Why should we all
be readers?" She then resorts to logic and analogy to question
the high demands that society places on itself and she argues that
although "we are not all expected to be musicians," somehow
there appears to be an implicit social rule that "read we
must."
Out of her analogy
between reading and music, the author concludes that one is either
born with the talent for reading or else drags oneself to imitate
those who were blessed with it:
Those that cannot
read creatively read mechanically.
However, this will
not prove Wharton's first and last allusion to reading as if it were
an inborn talent. In fact, later on she will expressly suggest that
"the gift of reading is no exception to the rule that all
natural gifts need to be cultivated by practice and discipline."
To cap it all, Wharton takes no trouble to offer a word of
consolation to those who, on the other hand, unfortunately "lack"
such gift— on the contrary, she will even add to their sense of
doom and misfortune that "unless innate aptitude exist the
training will be wasted."
("So, beware
of gifts," I can imagine her warning her readership nowadays,
"for unless you feel that reading really is your thing, don't
bother taking a chance." It may sound too cruel at first, or
even far-fetched, but perhaps she is not totally in the wrong.
"How many a
time do people spend hours and hours trying to make a book suit their
fancies? And why on Earth do they put off the moment of realisation
that it's just not our thing?" she might say on the occasion.
"Nay," I can almost hear Wharton telling the victims of her
own essay, "forget all about lists and forget all about sales.
Go search for your own book. Or none. That only might save you from
your fatal fate, mechanical reader nº1455, for you are more often
than not doomed to frustration.")
Edith Wharton
seems to pour all her determination of character and long-held
beliefs in this essay, and she does so in the best eligible way, not
by yelling out her fury but simply by putting her thoughts in the
best chosen language.
The Vices of the
Mechanical Reader
It is during the
intervals of his artificial, mechanical training that the mechanical
reader is born, out of a pompous need to follow the tide and keep
himself updated with the latest in hip. Here one may easily evoke a
free association with that hugely impressive parade that will often
follow the publication of the latest best-sellers nowadays. Why do
masses of readers are often so desperate to catch those books? How
come they sell better than others which have been in the market for
so long?
Not necessarily
focusing on the answer to these questions, Wharton is in fact far
from punishing those who choose to go for "reading trash,"
which, in any case, is "generally conceded" to be a "vice."
No, she goes after those who take pride in reading as if with every
book they read they were prized with some new trophy to cast around
and then put on public display. To her, "there is little harm in
the self-confessed devourer of foolish fiction":
He who feasts upon
"the novel of the day" does not seriously impede the
development of literature.
Leaving those
readers aside, then, she moves on to consider and heap scorn on the
"average mechanical reader." Among other sentences, she
accuses this type of reader of endangering "the integrity of
letters" by taking pride in "[making] it a rule to read;"
by regarding "literature as a cable-car that can be "boarded"
only by running;" and by never doubting "his intellectual
competency," his duty and his right "to read every book
that is talked about," thus deriving "his sense of
importance [...] in proportion to the number of editions exhausted
before publication [...]"
Although these
accusations already lay bare the poor qualifications and acute danger
which mechanical readers seem to embody, seldom does the author give
them a break or stops pointing her finger at them. Without scruples
and without pain, she moves on to make the mechanical reader subject
to ridicule by claiming that "it is his nature to mistrust and
dislike every book he does not understand" and yet, as he sticks
to the unpromising prospect of rendering himself "fond of
reading," he "is obliged to repress his bibliocidal
impulse, and go through the form of trying the case, when lynching
would have been so much simpler."
Further explaining
the depressing fact that the mechanical reader can never tell if a
book will prove worthy of his brains and time, Wharton implies that
he automatically takes in everything that he happens to bump into
along his hasty way towards Faultless Wit and Rightful Authority:
Until he has read
the last line of a book he is unable to form any opinion of it; nor
can he give any adequate reasons for his opinion when formed.
Mechanical
readers: walking watches or just... irritatingly early birds?
More to the point,
because "he always reads consciously" and "knows
exactly how much he reads," the mechanical reader is well aware
of his own timing. Books are to him like "fossils ticketed and
put away in the drawers of a geologist's cabinet."
He is so worried
about completing his task with the utmost care and efficiency that he
becomes his own villain, or "the slave of his book-mark,"
as Wharton puts it, and "if he lose his place he is under the
irksome necessity of beginning again at the beginning."
Such discipline,
however, seems to have rather a detrimental effect on what would be
expected to be a pleasure-seeking, unconsciously time-consuming
activity. It is a generally acknowledged truth that for those who are
genuinely having fun and truly enjoying themselves out of doing
something, time flies. But for the mechanical reader, reading time
never flies; it is fixed upon a certain interval of hours, not more
and not less. He reads in the same manner as he attends an
appointment to the dentist's, and Wharton may be excused if sounding
a bit harsh when writing that "he who reads by time often "has
no time to read"."
Apart from
rendering him time-dependent, discipline will often lead the
mechanical reader astray from the "delights of intellectual
vagrancy" and will usually keep him from rejoicing in "the
improvised chase after a fleeting allusion." It seems therefore
that to him the juicy part of reading will often pass unnoticed.
Like reader, like
writer
Last, Edith
Wharton makes one final accusation against her victim: she claims
that the harm which the mechanical reader does to letters is
generally carried out "by bringing about the demand for mediocre
writing," for the mechanical reader appears to make no
distinction between worthy and unworthy authors. He is never spoilt
for choice; he simply must read everything that comes to light, and
as he never discriminates one volume against another, never singles
one out of many, he "facilitates the career of the mediocre
author" as well as "retards true culture and lessens the
possible amount of really abiding work."
Well... (Sigh.)
What can one say?
The tone Wharton uses in The Vice of Reading can't be called other
than assertive. I would not call it aggressive, simply because she
hurls no insults at those she identifies under the name of mechanical
readers. She writes about her own viewpoint on literary boom and how
it has affected the society of her times, and she does so with
exquisite wit, absolutely gallant humour and a lot of true-to-life
metaphorical language. Edith Wharton seems to pour all her
determination of character and long-held beliefs in this essay, and
she does so in the best eligible way, not by yelling out her fury but
simply by putting her thoughts in the best chosen language.
"It is an
ugly truth to state," I can imagine her point out comfortable,
her hands under her chin as she calmly stares at her readership, "but
someone had to state it. To read is certainly not a virtue, oh, no."
And then, quietly, with an oddly disturbing air of solemn simplicity,
"To read well is an art. An art, I should say, that only the
born reader can acquire."**
La Repubblica
Edith Wharton I miei lettori tra vizi privati e ipocrite virtù
IPROGRESSI dovuti alla diffusione del sapere ci obbligano a fare i conti con un nuovo genere di vizio: il vizio della lettura. Nessun vizio è così difficile da sradicare come un vizio che sia considerato una virtù. Il vizio della lettura, benché sia l'ultimo arrivato, si situa al primo posto della classifica e tiene felicemente il passo di consolidate virtù quali la propensione al risparmio, la sobrietà, l'abitudine d'alzarsi di buon'ora, la pratica di tenere in esercizio il proprio corpo. C'è un'aggressività del tutto particolare in chi ha scoperto il piacere della lettura. I nuovi adepti lo riveriscono come l'emblema della perfezione, mentre esso suscita una diffusa invidia non disgiunta da un palese senso di inferiorità intellettuale in chi è ancora immune dal vizio della virtù.
In realtà, leggere è un riflesso condizionato dall'educazione. In altre parole, leggere non è più meritevole del respirare. Esso inoltre non va confuso con la cultura come la cultura non va confusa con l'erudizione. Il modo migliore di affrontare il problema in questione è di considerare la lettura il mezzo che rende possibile uno scambio di idee fra lo scrittore e il lettore. Nel fare questo, la lettura favorisce la rielaborazione dei pensieri dell'autore nella mente del lettore. Ove esso non facesse questo, la lettura mancherebbe l'obiettivo. Il biasimo non si dovrebbe lanciare contro il lettore, ma contro l'autore del libro. Un libro che non ha parte attiva nel suddetto interscambio, non ha alcun peso nella letteratura.
Il valore di un libro è commisurato infatti alla sua plasticità, cioè, alla sua capacità di stimolare la mente del lettore creando nuove forme di pensiero che sono il risultato della reciproca adattabilità fra il pensiero dell'autore e quello del lettore. Se, per una qualunque causa, questa adattabilità vien meno, vien meno anche il rapporto fra autore e lettore. Ne consegue che non v'è in letteratura alcuno standard di valutazione oggettiva del valore di un libro, poiché il suo valore dipende da quello che il lettore riesce a trarre da esso. I migliori libri sono quelli dai quali il lettore riesce a trarre maggior beneficio. Ciò dipende comunque dalla preparazione del lettore. Un lettore meccanico, trarrà inevitabilmente dalla lettura di un libro minore beneficio di un lettore preparato che, a differenza del lettore meccanico, legge un libro tenendo conto della complessità dei problemi che la lettura del libro comporta ed è perciò, non solo in grado di leggere il libro come il lettore meccanico, ma è anche in grado di interpretarlo.
In linea generale, noi dovremmo distinguere fra i libri alla moda i quali attraggono i lettori che amano anche la più banale delle fiction, e libri che aiutano i lettori a riflettere su ciò che accade attorno a loro fornendo ad essi i mezzi per farlo. Questo fatto ci aiuta a rispondere alla domanda concernente il motivo per il quale dovremmo essere dei lettori. Nessuno ci biasima se non siamo dei musicisti, dei pittori, dei poeti; perché dovrebbe biasimarci se non siamo dei lettori? Perché la letteratura ci aiuta a capire ciò che accade attorno a noi.
Noi dobbiamo capire, una volta per tutte, che, per quello che riguarda la lettura, i veri nemici di essa non sono gli amanti dei libri alla moda che sono destinati a finire nel bidone della spazzatura; essi non sono infatti nelle condizioni di nuocere alla vera letteratura. I divoratori di romanzi alla moda non impediscono lo sviluppo della vera letteratura. L'idea che la "let- tura impegnata" sia una qualità morale ha reso infelici molte persone coscienziose inducendole a abbandonare la loro innocua passione per i libri alla moda a favore di libri culturalmente impegnati.
Leggere non è una virtù, ma un'arte che solo un lettore nato possiede. Leggere è un dono elargito agli uomini dalla natura e richiede d'essere coltivato dalla pratica e dalla disciplina. Nel caso contrario il training serve a nulla. I lettori si illudono se credono che la volontà possa sostituire un'attitudine naturale. Il lettore meccanico è schiavo del suo segnalibro che ogni notte deve essere spostato in avanti. Il lettore nato è il segnalibro di se stesso. Egli ricorda senza l'ausilio di un segnalibro a quale punto del racconto egli è giunto nella sua lettura e quando legge, le pagine si voltano veloci da sole sotto i suoi occhi. All'incontro, il lettore meccanico è altamente scrupoloso, non sbaglia di voltare pagina, non salta una parola. Ciò ci richiama alla memoria la famosa domanda del dr Johnson: «Leggete i libri da cima a fondo?». Ciò dipende dall'inesorabile principio che il lettore meccanico è incapace di capire se un libro vale la pena di essere letto oppure no e spesso egli è incapace, a causa dei suoi limiti culturali e della sua mancanza di metodo, di esprimere un giudizio anche sul libro che ha appena finito di leggere.
Il lettore meccanico considera suo dovere leggere ogni libro di cui si parla; un dovere più o meno oneroso dalla quantità di cose che si dicono su di esso. Poi, una volta letto, il libro, per il lettore meccanico diventa una sorta di reperto archeologico o, meglio ancora, una sorta di fossile che viene etichettato e chiuso nel cassetto assieme ad altri fossili diversi fra loro per le loro forme come i libri sono diversi per il loro numero di pagine. Per il lettore meccanico, i libri sono una cosa morta la cui importanza varia in base al numero di copie vendute. Il lettore meccanico non è in grado di pronunciarsi sulla qualità del libro che sta leggendo. Per il lettore meccanico il valore di un libro è legato alla quantità di cose che vengono dette su di esso, ma egli non è in grado di entrare nel merito delle stesse e ciò che determina la sua scelta del libro da leggere non è la conoscenza degli autori, delle loro precedenti opere, ma la "vox populi".
È probabile che se nessuno leggesse tranne coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri tranne coloro che sanno come scriverli. Ma il fatto di avere stimolato l'autore meccanico è il minore dei delitti del lettore meccanico. I due sono le due facce della stessa medaglia. Infine, il lettore meccanico con la sua domanda di letteratura predigerita, e la sua incapacità a distinguere fra mezzi e fini, ha sviato la critica letteraria o, meglio ancora, ha prodotto come proprio clone, il critico meccanico.
Tutte le forme d'arte sono basate che noi sappiamo sul "principio di selezione" e, quando tale principio non viene tenuto nel giusto conto, non ci può essere vera critica. È così che il lettore meccanico lavora sistematicamente contro la migliore letteratura. Ovviamente, tutto ciò danneggia principalmente l'attività dello scrittore. La via che conduce alla approvazione del vasto pubblico è, infatti, così larga, così facile da percorrere e così affollata di piacevoli compagni di viaggio che più di qualche giovane scrittore è attratto da essa e si lascia condurre dai suoi compagni di viaggio fino alla sua fine, quando egli raggiunge il Palace of Platitudes (palazzo dei luoghi comuni) dove egli partecipa ad una festa di lode, messa indiscriminatamente in scena da quegli stessi scribacchini che egli per la maggior disprezza, guardando con vivo desiderio all'altra via — lo stretto sentiero che conduce "To The Happy Few".
Il brano che qui pubblichiamo è un estratto del saggio Il vizio della lettura , (trad. di Corrado Bevilacqua)pubblicato dall'editore Olibelbeg di Venezia Nella foto l'autrice del libro, Edith Wharton (1862-1937). La Republcica
” IL VIZIO DELLA LETTURA” di Edith Wharton – editore Olibelbeg (Venezia) –
Nota introduttiva di Pier Luigi Olivi – Prefazione di Luigi Bello – Traduzione di Corrado Bevilacqua – Disponibile anche in e-book
Si tratta di un breve testo dal titolo The Vice of Reading,scritto nel 1903 (North American Review 177, Oct. 1903, 513-21) finora inedito in Italia e ora pubblicato a cura di quattro veneziani appassionati d’arte con il titolo Il vizio della lettura(editore Olibelbeg, 2014. – pp. 45).
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L’autrice di “L’età dell’innocenza” lo scrisse nel 1903, sembra scritto oggi. Ferocemente polemico nei confronti di quello che la Wharton definisce lettore meccanico, lettore di libri alla moda che ama anche la più banale delle fiction, e può essere pericoloso per le “belle lettere”. Il lettore meccanico produce come proprio clone il critico meccanico. La critica non come analisi del contenuto e dello stile del romanzo, ma il riassunto. “L’estrattore di trame” ha sostituito il critico letterario.
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«Il vizio della lettura», un breve testo di Edith Wharton (la prima donna vincitrice del Premio Pulitzer per «L’età dell’innocenza»), scritto nel 1903 – …
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内容紹介
INEDITO IN ITALIA. L'autrice di "L'età dell'innocenza" lo scrisse nel 1903, sembra scritto oggi. Ferocemente polemico nei confronti di quello che la Wharton definisce lettore meccanico, lettore di libri alla moda che ama anche la più banale delle fiction, e può essere pericoloso per le "belle lettere". Il lettore meccanico produce come proprio clone il critico meccanico. La critica non come analisi del contenuto e dello stile del romanzo, ma il riassunto. "L'estrattore di trame" ha sostituito il critico letterario.
Titolo: "Il vizio della lettura"
Autrice: Edith Wharton
Pagine: 48
Prezzo: 5.00
Ebook: 1.99
TRAMA
INEDITO IN ITALIA. L'autrice di "L'età dell'innocenza" lo scrisse nel 1903, sembra scritto oggi. Ferocemente polemico nei confronti di quello che la Wharton definisce lettore meccanico, lettore di libri alla moda che ama anche la più banale delle fiction, e può essere pericoloso per le "belle lettere". Il lettore meccanico produce come proprio clone il critico meccanico. La critica non come analisi del contenuto e dello stile del romanzo, ma il riassunto. "L'estrattore di trame" ha sostituito il critico letterario.
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