Il pianeta delle scimmie
Corrado Bevilacqua
Il pianeta delle scimmie
Quando l'amico Pierluigi Olivi mi
propose di tradurre i Italiano il saggio di Edith Wharton Il vizio
della letturta, io ero ospite di una struttura sanitaria
specializzata nella riabilitazione di pazienti affetti dal morbo di
Parkinson. La mia prima reazione fu quella di rifiutare. Non ero un
traduttore. Ero uno scrittore. Nella mia vita avevo scritto centinaia
di articoli di politica, di economia, sociologia. Cimentarmi con un
testo di Edith Wharton era un'altra cosa.
Alla fine accettai la sfida. Dopo
tutto, ero un lettore acccanito e avevo discusso parecchie volte con
il vecchio proprieario della libreria al Fontego a Venezia del vezzo
di molte persone di entrare in libreria con in mano il ritaglio di
giornale che invitava a leggere un certo libro. Tecnicamente, questo
tipo di lettore potrebbe essere chiamato "lettore eterodiretto",
invece di "meccanico" come faceva la Wharton. Il testo
della Wharton era stato pubblicato nel 1903. Ne derivava come logica
conseguenza che la traduzione avrebbe dovuto essere scritta
nell'italiano dellì'epoca.
"Perché, paggio Fernando, mi
guardi e non favelli?
Guardo i tuoi occhi che son tanto
belli"
Oppure:
"Voi che passate, voi siete
l'eccelsa, e passate così per vie terrene.
Chi osa? Chi vi trattiene? Siete come
una spada senz'elsa, pura e lucente,
non brandita mai."
Mi venne obiettato dall'amico Olivi che
la critica della Wharton era di grande attualità. Era vero. Decisi
perciò di riscrivere il saggio della Wharton in italiano moderno,
lasciandovi interamente il contenuto originale.
Quando parlo di attualità della
critica della Wharton, so che mi può venire ribattuto che già
Arthur Schhopenhauer ne aveva parlato in alcuni testi dei Parerga e
paralipomena. Questi testi schopenhaureiani vennero pubblicati in
italiano in un volumetto curato da Franco Volpi per la Piccola
Biblioteca Adelphi.
Schopenhauer se la prendeva da par suo
con coloro che "scrivevano per scrivere", senza pensare; e
li contrapponeva a coloro che "scrivevano per amore della cosa",
dopo aver lungamente pemsato a ciò che dovevano dire. Inoltre,
Schopenhauer distingueva fra coloro che vivevano della letteratura
coloro che vivevano per la letteratura. Per quello che riguardava i
lettori, Schopenhauer notava che essi non scelgono mai di leggere i
libri migliori, ma gli ultimi pubblicati, in particolare, quelli che
"fanno chissso"
Ciò mi porta alla mente il
"coccodrillo" scritto da Paul Krugman per James Tobin. Nel
suo pezzo, apparso sul NYT, Krugman scrisse che Tobin era un "uome
perbene". E in effettti, Tobin non era un intellettuale che
parlasse a vanvera come fanno molti intellettuali che si sentono in
obbligo di dire la loro anche quando hanno poco o nulla da dire.
Inoltre, era uno studioso che aveva il coragggio di fare autocritica.
Oggi lo si è dimenticato, ma fu Tobin a sconfessare definitivamente
la Tobin Tax che va tanto di moda.
Il saggio di Edith Wharton era
tagliente come un rasoio appena affilato sulla striscia di cuoio,
come facevano i vecchi barbieri, e apppuntito come il pungiglione di
un'ape. Ape in inglese vuol dire scimmia. Ricordo un vecchiio e
belllissimo saggio di Graham Clark sugli uomini-scimmie. O si
trattava, invece, di scimmie che somigliavano agli uomini? Il quesito
di Clark era stimolante.
Così, era stimolante quello che la
Wharton aveva scritto sul lettore meccanico, che io chiamerei
"lettore scimmia"; quel lettore, cioè, che è oggi
diventato il riferimento ideale degli editori perché legge qualsiasi
libro venga pubblicato purché sia adeguatamente pubblicizzato. La
Wharton scriveva quando quella che Horkheimer e Adorno chiamarono
"industria culturale" era agli inizi e non si sapeva ancora
alcunché sugli "apparati ideologici di stato", per usare
la celebre espressione di Louis Althusser.
Roman Jacobson e Roland Barthes non
avevano ancora emesso i primi "ohà" e non si sapeva
alcunché di "gado zero" della scrittura; Gertude Stein
doveva ancora scoprire che "una rosa è una rosa, una rosa, una
rosa...". Non esisteva la cibernetica che sarebbe stata
inventata molti anni dopo da Norbert Winer. Non esisteva ancora la
teoria ei giochi di Oskar Morgenstern e John von Neumann. I genitori
di Alan Turing, lo scienziato inglese che inventò la "prova di
Turing", il test su cui si fondò l'intelligenza artificlae,
dovevano ancora nascere.
Edith Wharton aveva però già
elaborato, sul piano della critica letteraria, il concetto di feed
back.
Ella aveva infatti capito che esiste in
letteratura una sorta di "meccanismo a retroazione" che se
viene aiutato a svilupparsi dall'amore per la stessa letteratura può
produrre dei lettori migliori e degli autori pure migliori. Nel caso
contrario, l'industria culturale finirà per trasformare la Terra in
una sorta di "pianeta delle scimmie".
Note.
A. Schopenhauer Sul mestiere dello
scrittore e sullo stile, Adelphi
R. Barthes Elementi di semiologia,
Einaudi
Id Lezione, Einaudi
Id Il grado zero della scrittura,
Einaudi
N. Wiener Introduzione alla
cibernetica, Boringhieri
V. Somenzi, R. Cordeschi La filosofia
degli automi, Boringhieri
A.
Turing. La prova di Turing in R. Dennet L'io e il sio
cervello, Adelphi
M. Horkheimer, T. Adorno Dialettica
dell'Illuminismo, Einaudi
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