domenica 4 gennaio 2015

Il pianeta delle scimmie

Corrado Bevilacqua

Il pianeta delle scimmie

Quando l'amico Pierluigi Olivi mi propose di tradurre i Italiano il saggio di Edith Wharton Il vizio della letturta, io ero ospite di una struttura sanitaria specializzata nella riabilitazione di pazienti affetti dal morbo di Parkinson. La mia prima reazione fu quella di rifiutare. Non ero un traduttore. Ero uno scrittore. Nella mia vita avevo scritto centinaia di articoli di politica, di economia, sociologia. Cimentarmi con un testo di Edith Wharton era un'altra cosa.

Alla fine accettai la sfida. Dopo tutto, ero un lettore acccanito e avevo discusso parecchie volte con il vecchio proprieario della libreria al Fontego a Venezia del vezzo di molte persone di entrare in libreria con in mano il ritaglio di giornale che invitava a leggere un certo libro. Tecnicamente, questo tipo di lettore potrebbe essere chiamato "lettore eterodiretto", invece di "meccanico" come faceva la Wharton. Il testo della Wharton era stato pubblicato nel 1903. Ne derivava come logica conseguenza che la traduzione avrebbe dovuto essere scritta nell'italiano dellì'epoca.

"Perché, paggio Fernando, mi guardi e non favelli?
Guardo i tuoi occhi che son tanto belli"

Oppure:

"Voi che passate, voi siete l'eccelsa, e passate così per vie terrene.
Chi osa? Chi vi trattiene? Siete come una spada senz'elsa, pura e lucente,
non brandita mai."

Mi venne obiettato dall'amico Olivi che la critica della Wharton era di grande attualità. Era vero. Decisi perciò di riscrivere il saggio della Wharton in italiano moderno, lasciandovi interamente il contenuto originale.

Quando parlo di attualità della critica della Wharton, so che mi può venire ribattuto che già Arthur Schhopenhauer ne aveva parlato in alcuni testi dei Parerga e paralipomena. Questi testi schopenhaureiani vennero pubblicati in italiano in un volumetto curato da Franco Volpi per la Piccola Biblioteca Adelphi.

Schopenhauer se la prendeva da par suo con coloro che "scrivevano per scrivere", senza pensare; e li contrapponeva a coloro che "scrivevano per amore della cosa", dopo aver lungamente pemsato a ciò che dovevano dire. Inoltre, Schopenhauer distingueva fra coloro che vivevano della letteratura coloro che vivevano per la letteratura. Per quello che riguardava i lettori, Schopenhauer notava che essi non scelgono mai di leggere i libri migliori, ma gli ultimi pubblicati, in particolare, quelli che "fanno chissso"

Ciò mi porta alla mente il "coccodrillo" scritto da Paul Krugman per James Tobin. Nel suo pezzo, apparso sul NYT, Krugman scrisse che Tobin era un "uome perbene". E in effettti, Tobin non era un intellettuale che parlasse a vanvera come fanno molti intellettuali che si sentono in obbligo di dire la loro anche quando hanno poco o nulla da dire. Inoltre, era uno studioso che aveva il coragggio di fare autocritica. Oggi lo si è dimenticato, ma fu Tobin a sconfessare definitivamente la Tobin Tax che va tanto di moda.

Il saggio di Edith Wharton era tagliente come un rasoio appena affilato sulla striscia di cuoio, come facevano i vecchi barbieri, e apppuntito come il pungiglione di un'ape. Ape in inglese vuol dire scimmia. Ricordo un vecchiio e belllissimo saggio di Graham Clark sugli uomini-scimmie. O si trattava, invece, di scimmie che somigliavano agli uomini? Il quesito di Clark era stimolante.

Così, era stimolante quello che la Wharton aveva scritto sul lettore meccanico, che io chiamerei "lettore scimmia"; quel lettore, cioè, che è oggi diventato il riferimento ideale degli editori perché legge qualsiasi libro venga pubblicato purché sia adeguatamente pubblicizzato. La Wharton scriveva quando quella che Horkheimer e Adorno chiamarono "industria culturale" era agli inizi e non si sapeva ancora alcunché sugli "apparati ideologici di stato", per usare la celebre espressione di Louis Althusser.

Roman Jacobson e Roland Barthes non avevano ancora emesso i primi "ohà" e non si sapeva alcunché di "gado zero" della scrittura; Gertude Stein doveva ancora scoprire che "una rosa è una rosa, una rosa, una rosa...". Non esisteva la cibernetica che sarebbe stata inventata molti anni dopo da Norbert Winer. Non esisteva ancora la teoria ei giochi di Oskar Morgenstern e John von Neumann. I genitori di Alan Turing, lo scienziato inglese che inventò la "prova di Turing", il test su cui si fondò l'intelligenza artificlae, dovevano ancora nascere.

Edith Wharton aveva però già elaborato, sul piano della critica letteraria, il concetto di feed back.
Ella aveva infatti capito che esiste in letteratura una sorta di "meccanismo a retroazione" che se viene aiutato a svilupparsi dall'amore per la stessa letteratura può produrre dei lettori migliori e degli autori pure migliori. Nel caso contrario, l'industria culturale finirà per trasformare la Terra in una sorta di "pianeta delle scimmie".


Note.
A. Schopenhauer Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, Adelphi
R. Barthes Elementi di semiologia, Einaudi
Id Lezione, Einaudi
Id Il grado zero della scrittura, Einaudi
N. Wiener Introduzione alla cibernetica, Boringhieri
V. Somenzi, R. Cordeschi La filosofia degli automi, Boringhieri
A. Turing. La prova di Turing in R. Dennet L'io e il sio cervello, Adelphi
M. Horkheimer, T. Adorno Dialettica dell'Illuminismo, Einaudi


                                                  

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