lunedì 19 gennaio 2015

Riflessioni a margine di Il vizio della lettura di Edith Wharton

Corrado Bevilacqua
Riflessioni in margine a Il vizio della lettura di Edith Wharton


L'Istat ci fa sapere che gli Italiani comprano sempre meno libri. Colpa della crisi. E' vero. Non ci son soldi per pagare le bollette di luce, acqua e gas; per comprare latte e pane, pasta e fagioli che costano come rubini. A Venezia, ai tempi dei nostri nonni e bisnonni i bambini cantavano: "Ie ie, poenta coe schie". Oggi le "schie" costano un occhio della testa. e, per giustificare l'alto prezzo, qualcuno
le chiama "ballerine dell'Adriatico"

Nei" magnifici" anni 60, anni caraterizzatin da crisi creata lucidamente da Bankitalia per mettere fuori gioco il Centrosinistra, Alberto Sordi fece un film in cui era un imprenditore che vedeva un occhio per togliersi dagli impicci. In questi ultimi anni, parecchi imprendutori si sono ammazzati. Infatti, girano pochi soldi e le banche, invece di aiutare gli iimprenditori, praticano l'usura. La gente comune porta gli"ori" di famiglia al monte di pietà. Non va in libreria. E' anche vero, però, in Italia, comunque, s'è sempre letto poco: colpa d'una scuola che non ha mai stimolato alla lettura e colpa d'una letteratura che non è mai riuscita a imporsi alla televisione, alla quale vanno le preferenze degli italiani. Inoltre, credo sa da sottolineare che, passati i "grandi" scrittori a miglior vita, la letteratura italiana non è riuscita a trovar degli autori con delle personalità altrettanto rilevanti che li sostituissero.

Volendo scendere sul personale, dirò che Alberto Moravia non mi era mai piaciuto. I libri di Moravia che, come veneziano, salverei dall'acqua alta, sono Racconti romani e La romana. Gli Indifferenti è un romanzo geniale, ma non è certamente un romanzo "ispirato". La Noia è di una banalità micidiale come L'attenzione e la Disubbedianza. Il Moravia che peferisco è quello dei saggi. La stessa cosa vale per Pasolini e per Calvino. Non erano romanzieri. Erano saggisti. 

Romanzieri erano Riccardo Bacchelli, Vasco Pratolini, Giorgio Bassani, Romano Bilenchi, Carlo Emilio Gadda, Carlo Cassola, Mario Tobno, Manlo Canncogni, Beppe Fenoglio, Elsa Morante, Fausta Cialente, Lalla Romano, Natalia Gingburg, Anna Maria Ortese, Gianna Manzini. Come dimenticare Il mulino sul Po, Metello, Il giardino dei Finzi Contini, Gli anni impossibili, Menzogna e sortilegio, Le quattro ragazze Wieselberg, La penombra che attraversammo, Lessico familiare, Ritratto in piedi? In ogni caso, benché Calvino non fosse un romanziere, ma un saggista, come dimenticare l'indimenticabile Marcovaldo?

Come dimentiare dei romanzi così diversi ma così inconfondibilmente unici come Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Orcynus Orca di Stefano Terra, Il comunista di Gaetano Morselli? Volendo fare un paragone, essi possono essere paragonati alle Tre cime di Lavaredo, tanto essi si distaccano dalla normalità letteraria del nostro paese. Un tempo, a vivacizzarla, c'era comunque Pier Paolo Pasolini con  Ragazzi di vita, Una vita violenta. C'era Moravia con Agostino, con La noia. C'era Gadda con La cognizione del dolore. C'era Calvino con Se una notte di inverno in viaggiatore...


Il romanzo è morto, si dice. Viviamo nell'epoca della "fiction". Che cos'è la fiction? Ce lo dice l'Hazon: "Prosa, narrativa, novellistica. Essa significa anche "invenzione, finzione" e viene impiegata in espresssioni come works of fiction", ovvero, opere letterarie, cinematografiche. Ora, vi sentireste di definire fictions opere come Padri e figli, Anime morte, Guerra e pace, Delitto e castigo, Madame Bovary, Moby Dick, Ulisse, L'uomo senza qualità, La montagna incantata, Il lupo della steppa, La ricerca del tempo perduto?

La funzione del romanzo infatti non era quella di raccontare una storia; né di descrivere dei paesaggi. La sua funzione era quella di "rappresentare un mondo". Il mondo di Swann, della marchesa di Guemantes, del conte di Charlus. Allora, era convinzione difusa che la storia avesse un senso e un fine. Ciò imponeva allo scrittore un atteggiamento conseguente. I dialoghi dovevano dire qualcosa. Le descrizioni avevano una funzione ben precisa. Leggete Il ventre di Parigi di Emile Zola e capirete la Francia del tempo.

Noi abbiamo deciso che non vogliamo rompiballe fra i piedi. Invece di essere interessati a capire il mondo che ci circonda, facciamo di tutto per estraniarci da esso. Quelle che Albert Camus in Ii mto di Sisifo chiamava le "muraglie dell'assurdo", non sono altro che delle barrriere create da noi stessi nella illusione di poterci ritirare dal mondo. Errore. Non c'è verso di sfuggire alla vita. Essa ti stana ovunque tu sei. Non c'è verso di fuggire al proprio destino.

"Effy vieni". Così comincia quello che Thomas Mann definì uno dei quattro più grandi romanzi mai scritti. Effy Briest di Theodore Fontane. Effy andò. Andò a conoscere il suo sposo. Uomo maturo, onesto, innamorato di lei. Apparentemente era il miglior uomo che Effy, appena superata la soglia dell'adolescenza, potesse sposare. In realtà, era un uomo che non aveva mai capito la moglie e che fu tanto onesto da procurarle la morte.

Uno scritttore di fiction non avrebbe mai potuto rappresentare il dramma di Effy Briest, c'è voluto un romanziare a tutto todo, come Fontane. Così, soltanto una romanziera a tutto tondo come Edith Wharton, fu in grado di rappresentare il dramma di Ethan Frome. Nella introduzione al romanzo, "the first I have ever published", scrisse la Wharton, ella confessa che, sin dal "first flash", nello scrivere il romanzo, si imbattè nel fatto che l'oggetto da lei scelto travalicava i limiti che ella aveva pensato di imporgli.

Questa osseravazione ci porta al centro del processo creativo. Più tu com autore, cerchi di porre dei limiti alla trattazione, più la materia che stai trattando cerca di sfuggire al tuo controllo. I capolavori sono quei romanzi in cui l'autore riesce a mantenere il controllo dal principio alla fine, al punto che, Edith Wharton avrebbe potuto dire, parafrasando Gustave Flaubert: "Etham Frome sono io".







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