Riflessioni a margine di Il vizio della lettura di Edith Wharton
Corrado
Bevilacqua
Riflessioni
in margine a Il vizio della lettura di Edith Wharton
L'Istat
ci fa sapere che gli Italiani comprano sempre meno libri. Colpa della
crisi. E' vero. Non ci son soldi per pagare le bollette di luce,
acqua e gas; per comprare latte e pane, pasta e fagioli che costano
come rubini. A Venezia, ai tempi dei nostri nonni e bisnonni i
bambini cantavano: "Ie ie, poenta coe schie". Oggi le
"schie" costano un occhio della testa. e, per giustificare
l'alto prezzo, qualcuno
le chiama "ballerine dell'Adriatico"
le chiama "ballerine dell'Adriatico"
Nei" magnifici" anni 60, anni caraterizzatin da crisi creata lucidamente da
Bankitalia per mettere fuori gioco il Centrosinistra, Alberto Sordi fece un
film in cui era un imprenditore che vedeva un occhio per togliersi
dagli impicci. In questi ultimi anni, parecchi imprendutori si sono
ammazzati. Infatti, girano pochi soldi e le banche, invece di aiutare
gli iimprenditori, praticano l'usura. La gente comune porta gli"ori"
di famiglia al monte di pietà. Non va in libreria. E' anche vero,
però, in
Italia, comunque, s'è sempre letto poco: colpa d'una scuola che non
ha mai stimolato alla lettura e colpa d'una letteratura che non è
mai riuscita a imporsi alla televisione, alla quale vanno le
preferenze degli italiani. Inoltre, credo sa da sottolineare che,
passati i "grandi" scrittori a miglior vita, la letteratura
italiana non è riuscita a trovar degli autori con delle
personalità altrettanto rilevanti che li sostituissero.
Volendo
scendere sul personale, dirò che Alberto Moravia non mi era mai
piaciuto. I libri di Moravia che, come veneziano, salverei dall'acqua
alta, sono Racconti romani e La romana. Gli Indifferenti è un
romanzo geniale, ma non è certamente un romanzo "ispirato".
La Noia è di una banalità micidiale come L'attenzione e la
Disubbedianza. Il Moravia che peferisco è quello dei saggi. La
stessa cosa vale per Pasolini e per Calvino. Non erano romanzieri.
Erano saggisti.
Romanzieri
erano Riccardo Bacchelli, Vasco Pratolini, Giorgio Bassani, Romano
Bilenchi, Carlo Emilio Gadda, Carlo Cassola, Mario Tobno, Manlo Canncogni, Beppe Fenoglio, Elsa Morante, Fausta Cialente, Lalla
Romano, Natalia Gingburg, Anna Maria Ortese, Gianna Manzini. Come
dimenticare Il mulino sul Po, Metello, Il giardino dei Finzi Contini,
Gli anni impossibili, Menzogna e sortilegio, Le quattro ragazze
Wieselberg, La penombra che attraversammo, Lessico familiare,
Ritratto in piedi? In ogni caso, benché Calvino non fosse un
romanziere, ma un saggista, come dimenticare l'indimenticabile
Marcovaldo?
Come
dimentiare dei romanzi così diversi ma così inconfondibilmente
unici come Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Orcynus Orca di
Stefano Terra, Il comunista di Gaetano Morselli? Volendo fare un
paragone, essi possono essere paragonati alle Tre cime di Lavaredo,
tanto essi si distaccano dalla normalità letteraria del nostro
paese. Un tempo, a vivacizzarla, c'era comunque Pier Paolo Pasolini
con Ragazzi di vita, Una vita violenta. C'era Moravia con
Agostino, con La noia. C'era Gadda con La cognizione del dolore.
C'era Calvino con Se una notte di inverno in viaggiatore...
Il
romanzo è morto, si dice. Viviamo nell'epoca della "fiction".
Che cos'è la fiction? Ce lo dice l'Hazon: "Prosa, narrativa,
novellistica. Essa significa anche "invenzione, finzione" e
viene impiegata in espresssioni come works of fiction", ovvero,
opere letterarie, cinematografiche. Ora, vi sentireste di definire
fictions opere come Padri e figli, Anime morte, Guerra e pace,
Delitto e castigo, Madame Bovary, Moby Dick, Ulisse, L'uomo senza
qualità, La montagna incantata, Il lupo della steppa, La ricerca del
tempo perduto?
La
funzione del romanzo infatti non era quella di raccontare una storia;
né di descrivere dei paesaggi. La sua funzione era quella di
"rappresentare un mondo". Il mondo di Swann, della marchesa
di Guemantes, del conte di Charlus. Allora, era convinzione difusa
che la storia avesse un senso e un fine. Ciò imponeva allo scrittore
un atteggiamento conseguente. I dialoghi dovevano dire qualcosa. Le
descrizioni avevano una funzione ben precisa. Leggete Il ventre di
Parigi di Emile Zola e capirete la Francia del tempo.
Noi
abbiamo deciso che non vogliamo rompiballe fra i piedi. Invece di
essere interessati a capire il mondo che ci circonda, facciamo di
tutto per estraniarci da esso. Quelle che Albert Camus in Ii mto di
Sisifo chiamava le "muraglie dell'assurdo", non sono altro
che delle barrriere create da noi stessi nella illusione di poterci
ritirare dal mondo. Errore. Non c'è verso di sfuggire alla vita.
Essa ti stana ovunque tu sei. Non c'è verso di fuggire al proprio
destino.
"Effy
vieni". Così comincia quello che Thomas Mann definì uno dei
quattro più grandi romanzi mai scritti. Effy Briest di Theodore
Fontane. Effy andò. Andò a conoscere il suo sposo. Uomo maturo,
onesto, innamorato di lei. Apparentemente era il miglior uomo che
Effy, appena superata la soglia dell'adolescenza, potesse sposare. In
realtà, era un uomo che non aveva mai capito la moglie e che fu
tanto onesto da procurarle la morte.
Uno
scritttore di fiction non avrebbe mai potuto rappresentare il dramma
di Effy Briest, c'è voluto un romanziare a tutto todo, come Fontane.
Così, soltanto una romanziera a tutto tondo come Edith Wharton, fu
in grado di rappresentare il dramma di Ethan Frome. Nella
introduzione al romanzo, "the first I have ever published",
scrisse la Wharton, ella confessa che, sin dal "first flash",
nello scrivere il romanzo, si imbattè nel fatto che l'oggetto da
lei scelto travalicava i limiti che ella aveva pensato di imporgli.
Questa
osseravazione ci porta al centro del processo creativo. Più tu com
autore, cerchi di porre dei limiti alla trattazione, più la materia
che stai trattando cerca di sfuggire al tuo controllo. I capolavori
sono quei romanzi in cui l'autore riesce a mantenere il controllo dal
principio alla fine, al punto che, Edith Wharton avrebbe potuto dire,
parafrasando Gustave Flaubert: "Etham Frome sono io".

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