Una provocazione geniale
EDITH WHARTON
IL VIZIO DELLA LETTURA

..... Il corrispondente da Londra di un
giornale di New York ha di recente citato un "noto recensore
inglese", come se egli intendesse sottolineare [con
quest'espresione] il fatto che la gente non ha più tempo da perdere
nella lettura di analisi critiche dei libri che vengono pubblicati e
che quello che la gente vuole sono dei loro riassunti.
Nessuno è in grado di dire quanto la
letteratura abbia tratto giovamento dalla critica letteraria: ma è
assurdo considerare la catalogazione dei contenuti di un libro alla
stessa stregua della critica letteraria.
Il "lettore nato" può o non
può desiderare di ascoltare quello che i critici hanno da dire su di
un libro; ma anche se egli [ha deciso] di prestare attenzione a tutte
le critiche, la sola la critica degna di questo nome concerne
l'analisi del contenunto [del lbro] e dello stile [dell'autore o
dell'autrice].
Colui che sostiene di non aver tempo
per queste critihe è poi quella stessa persona che perde il suo
tempo con il riassunto del contenuto di un libro: un inventario di
eventi che finisce con il convenzionale "Ma noi non vogliamo
rovinare rovinare il divertimento del lettore, rivelando...."
E 'il lettore meccanico che richiede
tali inventari e li chiama critiche; ed è perché il lettore
meccanico [rappresenta] la maggioranza [dei lettori] che
"l'estrattore di trame" sta rapidamente sostituendo il
critico letterario.
Sia la critica vera e propria al
servizio della letteratura o meno, è [comunque] chiaro che ogni
pseudo-crtica è dannosa, in quanto pone libri di differente qualità
sullo stesso piano caratterizzato d'una morta mediocrità, ignorando
il loro vero significato.
E 'impossibile dare un'idea del valore
di qualsiasi libro, se non forse un detective-story, dal riepilogo
del suo contenuto; e anche quelle qualità che distinguono una buona
da una cattiva detective-story, [può essere rintracciato] non tanto
nella narrazione degli eventi quanto nella padronanza della
narrazione dimostrata dall'autore e nello stile; [ovvero] nella
scelta dei mezzi utilizzati per produrre un certo effetto.
Tutte le forme d'arte sono basate, [che
noi sappiamo] sul "principio di selezione" e quando tale
principio non viene tenuto nel [giusto] conto, non ci può essere
vera critica. È così che il lettore meccanico lavora
sistematicamente contro la migliore letteratura. Ovviamente, [tutto
ciò] danneggia principalmente l'attività dello scrittore.
La via che conduce alla approvazione
[del vasto pubblico] è, infatti, così larga, così facile da
percorrere e così affollata di piacevoli compagni di viaggio che
[più di qualche giovane scrittore ] è attratto da essa e si lascia
condurre dai suoi compagni di viaggio fino alla sua fine, quando egli
raggiunge il Palace of Platitudes [palazzo dei luoghi comuni] dove
egli partecipa ad una festa di lode, messa indiscriminatamente in
scena da quegli stessi scribacchini che egli per la maggior
disprezza, guardando con vivo desiderio all'altra via - lo stretto
sentiero che conduce "To The Happy Few".
La storia di questa edizione
Un libretto minuscolo di Edith Wharton trovato da Pier Luigi Olivi in una libreria di Barcellona, fatto leggere e tradotto in italiano da Corrado Bevilacqua, proposto anche all’amico Luigi Gardenal.
Confesso di essere sempre stato un lettore
disordinato e, nell’infanzia, anche represso nelle mie intenzioni
di lettura. A nove anni acquistai ad un banchetto, un’edizione
riccamente illustrata della “Gerusalemme liberata”. Mia madre la
distrusse perché la considerò oscena.
Non sono mai stato un “lettore meccanico”,
almeno così credo, ma mi è capitato, e succede ancora, secondo le
varie fasi della vita, di dedicarmi per periodi anche lunghi, al
romanzo, alla poesia, alla saggistica, ai trattati di storia e
politica.
Mi considero, quindi, un lettore disastrosamente
disordinato, capace di nostalgie senili di un libro di Daudet
“Tartarin di Tarascona”, o “Robinson Crusoe”, “il Conte di
Montecristo”, “Oliver Twist”, l’insuperabile “Pinocchio”
e ahimé! Il lacrimoso “Cuore”, poi “Candido” e la scoperta
dei “Fioretti di San Francesco”, nutrendo sempre una certa
diffidenza per i libri alla moda e di largo consumo. Sono bloccato a
Pavese, Stevenson, Leopardi, Calvino, Svevo, Walser, Hasek, Simenon,
Meneghello, l’Hemingway dei racconti, tanto per citare alcuni.
Mi ha incuriosito l’idea di Pier Luigi di
pubblicare a Venezia il saggio della Wharton, inedito in Italia, con
l’istinto della provocazione, il tentativo di rilanciare il
dibattito, magari tra i vecchietti dediti al vizio di leggere.
La Wharton mi ha attratto per sue peculiari
caratteristiche: l’accuratezza dell’analisi, la profondità della
proposta, magari con il gusto di crearsi un nemico nel “lettore
meccanico”.
Positivamente conosco gruppi di attempati lettori
che si riuniscono per leggere insieme un libro da loro scelto. Non
sono uno di questi, ma spero che qualcuno di loro prenda in mano il
librino della Wharton e lo discuta con passione e pazienza.
Luigi Bello
Nota di traduzione
Come è noto, la grammatica e la sintassi della
lingua anglo-americana sono diverse da quelle italiane.
Ne deriva che il testo da tradurre va riscritto
secondo le regole della nostra grammatica e della nostra sintassi.
Nel fare questo occorre prendere il testo anglo-americano e occorre
rovesciarlo come un calzino.
La traduzione del saggio di Edith Wharton è
perciò una riscrittura integrale dello stesso in lingua italiana.
Ciò che a me è interessato mettere in luce è stato il "contenuto"
del saggio perciò ho eliminato tutti gli svolazzi polemici e
stilistici dell'autrice.
Corrado Bevilacqua.
Corrado Bevilacqua.
Vita e opere
Nata a New-York nel 1862, proveniva da una antica e facoltosa famiglia di New York, i Newbold Jones. Fu educata privatamente. Dopo un matrimonio infelice con un banchiere bostoniano, Edward Wharton, da cui ottenne il divorzio nel 1902, si trasferì definitivamente in Francia (a Paris dal 1910). Fu molto amica di Henry James. Morì a Saint-Brice-sous-Forêt [Val d'Oise] nel 1937. Wharton aveva dato prova del suo talento narrativo con diverse opere, tra cui il romanzo La valle della decisione (The valley of decision, 1902) ambientato in Italia.
Il suo primo romanzo significativo è il romanzo La casa dell'allegria (The house of smirth, 1905) contrassegnato da una denuncia implacabile e tagliente della società aristocratica e dei ceti privilegiati nordamericani, che farà di lei con le opere successive la "storica della società nordamericana del suo tempo", l'archeologa delle metropoli in rapida mutazione. Meno riuscito è Il frutto dell'albero (The fruit of the tree, 1907) che rileva i mali dell'industrialismo. Molto più interessante il racconto lungo Ethan Frome (1911), esemplare per lo stile vivido e asciutto, e inconsueto per l'ambientazione: un villaggio del Massachusetts, raggelato nella cornice invernale. Narrata da un testimone colto e straniero giunto per lavoro nel remoto villaggio di Starkfield (Massachusetts), è colpito dal segno di una prova misteriosa e terribile che Ethan Frome, zoppo e precocemente invecchiato, porta impresso nel volto. Entrato accidentalmente in casa sua in una tempestosa notte d'inverno, il narratore ha la rivelazione della tragedia. La vicenda ha per protagonisti tre personaggi: un uomo e due donne che, nell'isolamento della fattoria, vivono la loro tragedia. Sono personaggi autentici e duri come «granito affiorante dal suolo», irriducibili. Ventiquattro anni prima tra Ethan Frome, sposato alla dura e ipocondriaca Zeena, e Mattie, la giovane cugina di lei venuta a assisterla, è nato un amore fatto di sguardi, di incantati silenzi. Mattie dai luminosi occhi neri fa scattare in Ethan, vissuto fino ad allora in una specie di prigionia emotiva, il desiderio di libertà. Quando Mattie è costretta a partire perché Zeena la congeda, Ethan la segue nell'inutile tentativo di convincerla a fuggire e insieme a lei si lancia in una folle cor sa in slitta che termina in un disastroso incidente: Ethan e Mat tie sopravvivono, ma entrambi menomati, costretti a affrontare una vita più aspra della morte sotto il dominio di Zeena, custode e testimone del loro destino. Così li trova il narratore 24 anni dopo nella tetra cucina, e la stridula voce che ode, il «lustro sguardo di strega» che incontra il suo, non sono di Zeena ma di Mattie. In questo racconto di lacerante intensità e disperazione, la puritana Wharton mostra straordinarie doti realistiche e una capacità di guardare il mondo e gli uomini con animo intrepido. Nei Racconti di uomini e fantasmi (Tales of men and ghosts, 1910) Wharton si dedica con suggestiva sottigliezza a emulare gli scrittori delle 'ghosts stories'. Tornò all'ambiente dei ricchi con l'aspro L'usanza del paese (The custom of the country, 1913) da cui trarrà ispirazione Sinclair Lewis. Il racconto Estate (Summer, 1917) è un dolente ritratto di donna sullo sfondo spento di un repressivo New England. L'età dell'innocenza (The age of innocence, 1920) analizza le difficoltà di due amanti divisi dai pregiudizi dell'ambiente sociale. Scritto nel 1919, quando ancora durava penosamente il vuoto lasciato nella sua vita dalla scomparsa del grande amico Henry James, questo romanzo proietta il tema 'internazionale' jamesiano sulla scena di New York, che agli occhi disperati degli amanti assume cupezze di necropoli. Alla fine, rinunciando alla sua passione amorosa, il protagonista vivrà da morto aggirandosi tra gli articoli di lusso dell'epoca, «una montagna di ironica grandiosità», che diventano gli arredi funebri della sua esistenza. Da questo romanzo il regista nordamericano Martin Scorsese trasse un movie che ebbe grande successo. Tra i testi successivi si ricordano: Un figlio al fronte (A son at the front, 1923), il romanzo La scogliera , la raccolta di racconti di Febbre romana ecc.. I saggi La scrittura di finzione (The writing of fiction, 1925). Il romanzo I ragazzi (The chil dren, 1928). L'autobiografia Uno sguardo indietro (A backward glance, 1934). Vittime delle convenzioni tribali del loro gruppo sociale, le eroine e gli eroi di Wharton sono destinati, dopo avere sperimen tato la grazia della rivelazione amorosa, alla rassegnazione e alla morte in vita. Scriverà *Edmund Wilson (in "Giustizia per Edith Wharton" in: "La ferita e l'arco") che le eroine di Wharton, i suoi tragici eroi, sono vittime delle convenzioni, esseri spirituali ricchi di passione e fantasia, assetati di esperienza emotiva e intellettuale, che si trovano rinserrati in un sistema chiuso e finiscono con il distruggere sé stessi, rassegnati alla propria schiavitù. La lunga vita le permise di assistere al crollo del mondo, da lei tanto deprecato, ma di cui era suo malgrado una esponente, e all'emergere di un'altra epoca per lei ugualmente intollerabile per il suo caos morale e sociale.


