lunedì 29 dicembre 2014

Una provocazione geniale

EDITH WHARTON
IL VIZIO DELLA LETTURA



..... Il corrispondente da Londra di un giornale di New York ha di recente citato un "noto recensore inglese", come se egli intendesse sottolineare [con quest'espresione] il fatto che la gente non ha più tempo da perdere nella lettura di analisi critiche dei libri che vengono pubblicati e che quello che la gente vuole sono dei loro riassunti.

Nessuno è in grado di dire quanto la letteratura abbia tratto giovamento dalla critica letteraria: ma è assurdo considerare la catalogazione dei contenuti di un libro alla stessa stregua della critica letteraria.

Il "lettore nato" può o non può desiderare di ascoltare quello che i critici hanno da dire su di un libro; ma anche se egli [ha deciso] di prestare attenzione a tutte le critiche, la sola la critica degna di questo nome concerne l'analisi del contenunto [del lbro] e dello stile [dell'autore o dell'autrice].

Colui che sostiene di non aver tempo per queste critihe è poi quella stessa persona che perde il suo tempo con il riassunto del contenuto di un libro: un inventario di eventi che finisce con il convenzionale "Ma noi non vogliamo rovinare rovinare il divertimento del lettore, rivelando...."

E 'il lettore meccanico che richiede tali inventari e li chiama critiche; ed è perché il lettore meccanico [rappresenta] la maggioranza [dei lettori] che "l'estrattore di trame" sta rapidamente sostituendo il critico letterario.

Sia la critica vera e propria al servizio della letteratura o meno, è [comunque] chiaro che ogni pseudo-crtica è dannosa, in quanto pone libri di differente qualità sullo stesso piano caratterizzato d'una morta mediocrità, ignorando il loro vero significato.

E 'impossibile dare un'idea del valore di qualsiasi libro, se non forse un detective-story, dal riepilogo del suo contenuto; e anche quelle qualità che distinguono una buona da una cattiva detective-story, [può essere rintracciato] non tanto nella narrazione degli eventi quanto nella padronanza della narrazione dimostrata dall'autore e nello stile; [ovvero] nella scelta dei mezzi utilizzati per produrre un certo effetto.

Tutte le forme d'arte sono basate, [che noi sappiamo] sul "principio di selezione" e quando tale principio non viene tenuto nel [giusto] conto, non ci può essere vera critica. È così che il lettore meccanico lavora sistematicamente contro la migliore letteratura. Ovviamente, [tutto ciò] danneggia principalmente l'attività dello scrittore.

La via che conduce alla approvazione [del vasto pubblico] è, infatti, così larga, così facile da percorrere e così affollata di piacevoli compagni di viaggio che [più di qualche giovane scrittore ] è attratto da essa e si lascia condurre dai suoi compagni di viaggio fino alla sua fine, quando egli raggiunge il Palace of Platitudes [palazzo dei luoghi comuni] dove egli partecipa ad una festa di lode, messa indiscriminatamente in scena da quegli stessi scribacchini che egli per la maggior disprezza, guardando con vivo desiderio all'altra via - lo stretto sentiero che conduce "To The Happy Few".


La storia di questa edizione


Un libretto minuscolo di Edith Wharton trovato da Pier Luigi Olivi in una libreria di Barcellona, fatto leggere e tradotto in italiano da Corrado Bevilacqua, proposto anche all’amico Luigi Gardenal.
Confesso di essere sempre stato un lettore disordinato e, nell’infanzia, anche represso nelle mie intenzioni di lettura. A nove anni acquistai ad un banchetto, un’edizione riccamente illustrata della “Gerusalemme liberata”. Mia madre la distrusse perché la considerò oscena.
Non sono mai stato un “lettore meccanico”, almeno così credo, ma mi è capitato, e succede ancora, secondo le varie fasi della vita, di dedicarmi per periodi anche lunghi, al romanzo, alla poesia, alla saggistica, ai trattati di storia e politica.
Mi considero, quindi, un lettore disastrosamente disordinato, capace di nostalgie senili di un libro di Daudet “Tartarin di Tarascona”, o “Robinson Crusoe”, “il Conte di Montecristo”, “Oliver Twist”, l’insuperabile “Pinocchio” e ahimé! Il lacrimoso “Cuore”, poi “Candido” e la scoperta dei “Fioretti di San Francesco”, nutrendo sempre una certa diffidenza per i libri alla moda e di largo consumo. Sono bloccato a Pavese, Stevenson, Leopardi, Calvino, Svevo, Walser, Hasek, Simenon, Meneghello, l’Hemingway dei racconti, tanto per citare alcuni.
Mi ha incuriosito l’idea di Pier Luigi di pubblicare a Venezia il saggio della Wharton, inedito in Italia, con l’istinto della provocazione, il tentativo di rilanciare il dibattito, magari tra i vecchietti dediti al vizio di leggere.
La Wharton mi ha attratto per sue peculiari caratteristiche: l’accuratezza dell’analisi, la profondità della proposta, magari con il gusto di crearsi un nemico nel “lettore meccanico”.
Positivamente conosco gruppi di attempati lettori che si riuniscono per leggere insieme un libro da loro scelto. Non sono uno di questi, ma spero che qualcuno di loro prenda in mano il librino della Wharton e lo discuta con passione e pazienza.


Luigi Bello








Nota di traduzione


Come è noto, la grammatica e la sintassi della lingua anglo-americana sono diverse da quelle italiane.
Ne deriva che il testo da tradurre va riscritto secondo le regole della nostra grammatica e della nostra sintassi. Nel fare questo occorre prendere il testo anglo-americano e occorre rovesciarlo come un calzino.


La traduzione del saggio di Edith Wharton è perciò una riscrittura integrale dello stesso in lingua italiana. Ciò che a me è interessato mettere in luce è stato il "contenuto" del saggio perciò ho eliminato tutti gli svolazzi polemici e stilistici dell'autrice.

Corrado Bevilacqua.





Vita e opere

Nata a New-York nel 1862, proveniva da una antica e facoltosa famiglia di New York, i Newbold Jones. Fu educata privatamente. Dopo un matrimonio infelice con un banchiere bostoniano, Edward Wharton, da cui ottenne il divorzio nel 1902, si trasferì definitivamente in Francia (a Paris dal 1910). Fu molto amica di Henry James. Morì a Saint-Brice-sous-Forêt [Val d'Oise] nel 1937. Wharton aveva dato prova del suo talento narrativo con diverse opere, tra cui il romanzo La valle della decisione (The valley of decision, 1902) ambientato in Italia.
Il suo primo romanzo significativo è il romanzo La casa dell'allegria (The house of smirth, 1905) contrassegnato da una denuncia implacabile e tagliente della società aristocratica e dei ceti privilegiati nordamericani, che farà di lei con le opere successive la "storica della società nordamericana del suo tempo", l'archeologa delle metropoli in rapida mutazione. Meno riuscito è Il frutto dell'albero (The fruit of the tree, 1907) che rileva i mali dell'industrialismo. Molto più interessante il racconto lungo Ethan Frome (1911), esemplare per lo stile vivido e asciutto, e inconsueto per l'ambientazione: un villaggio del Massachusetts, raggelato nella cornice invernale. Narrata da un testimone colto e straniero giunto per lavoro nel remoto villaggio di Starkfield (Massachusetts), è colpito dal segno di una prova misteriosa e terribile che Ethan Frome, zoppo e precocemente invecchiato, porta impresso nel volto. Entrato accidentalmente in casa sua in una tempestosa notte d'inverno, il narratore ha la rivelazione della tragedia. La vicenda ha per protagonisti tre personaggi: un uomo e due donne che, nell'isolamento della fattoria, vivono la loro tragedia. Sono personaggi autentici e duri come «granito affiorante dal suolo», irriducibili. Ventiquattro anni prima tra Ethan Frome, sposato alla dura e ipocondriaca Zeena, e Mattie, la giovane cugina di lei venuta a assisterla, è nato un amore fatto di sguardi, di incantati silenzi. Mattie dai luminosi occhi neri fa scattare in Ethan, vissuto fino ad allora in una specie di prigionia emotiva, il desiderio di libertà. Quando Mattie è costretta a partire perché Zeena la congeda, Ethan la segue nell'inutile tentativo di convincerla a fuggire e insieme a lei si lancia in una folle cor sa in slitta che termina in un disastroso incidente: Ethan e Mat tie sopravvivono, ma entrambi menomati, costretti a affrontare una vita più aspra della morte sotto il dominio di Zeena, custode e testimone del loro destino. Così li trova il narratore 24 anni dopo nella tetra cucina, e la stridula voce che ode, il «lustro sguardo di strega» che incontra il suo, non sono di Zeena ma di Mattie. In questo racconto di lacerante intensità e disperazione, la puritana Wharton mostra straordinarie doti realistiche e una capacità di guardare il mondo e gli uomini con animo intrepido. Nei Racconti di uomini e fantasmi (Tales of men and ghosts, 1910) Wharton si dedica con suggestiva sottigliezza a emulare gli scrittori delle 'ghosts stories'. Tornò all'ambiente dei ricchi con l'aspro L'usanza del paese (The custom of the country, 1913) da cui trarrà ispirazione Sinclair Lewis. Il racconto Estate (Summer, 1917) è un dolente ritratto di donna sullo sfondo spento di un repressivo New England. L'età dell'innocenza (The age of innocence, 1920) analizza le difficoltà di due amanti divisi dai pregiudizi dell'ambiente sociale. Scritto nel 1919, quando ancora durava penosamente il vuoto lasciato nella sua vita dalla scomparsa del grande amico Henry James, questo romanzo proietta il tema 'internazionale' jamesiano sulla scena di New York, che agli occhi disperati degli amanti assume cupezze di necropoli. Alla fine, rinunciando alla sua passione amorosa, il protagonista vivrà da morto aggirandosi tra gli articoli di lusso dell'epoca, «una montagna di ironica grandiosità», che diventano gli arredi funebri della sua esistenza. Da questo romanzo il regista nordamericano Martin Scorsese trasse un movie che ebbe grande successo. Tra i testi successivi si ricordano: Un figlio al fronte (A son at the front, 1923), il romanzo La scogliera , la raccolta di racconti di Febbre romana ecc.. I saggi La scrittura di finzione (The writing of fiction, 1925). Il romanzo I ragazzi (The chil dren, 1928). L'autobiografia Uno sguardo indietro (A backward glance, 1934). Vittime delle convenzioni tribali del loro gruppo sociale, le eroine e gli eroi di Wharton sono destinati, dopo avere sperimen tato la grazia della rivelazione amorosa, alla rassegnazione e alla morte in vita. Scriverà *Edmund Wilson (in "Giustizia per Edith Wharton" in: "La ferita e l'arco") che le eroine di Wharton, i suoi tragici eroi, sono vittime delle convenzioni, esseri spirituali ricchi di passione e fantasia, assetati di esperienza emotiva e intellettuale, che si trovano rinserrati in un sistema chiuso e finiscono con il distruggere sé stessi, rassegnati alla propria schiavitù. La lunga vita le permise di assistere al crollo del mondo, da lei tanto deprecato, ma di cui era suo malgrado una esponente, e all'emergere di un'altra epoca per lei ugualmente intollerabile per il suo caos morale e sociale.