sabato 28 febbraio 2015

Hanno detto del libro di Edith Wharton Il vizio della lettura

ANOBI

Edith Wharton

Il vizio della lettiura

Contro il nemico delle "belle lettere"


È probabile che se nessuno leggesse tranne coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri tranne coloro che sanno come scriverli."
Difficile dare torto a Edith Wharton, sebbene, a dirla tutta, mi risulti un po'difficile appoggiare la sua convinzione che la lettura, quella vera, sia un lusso riservato a pochi eletti. Perché è questo, in breve, ciò che la scrittrice pare sostenere nell'articolo pubblicato sul North American Review nel 1903, e solo recentemente tradotto in italiano.
Con occhio critico e, diciamolo pure, un'evidente vena polemica, la Wharton punta il dito contro il così dettolettore meccanico: colui che legge per dovere morale, che s'impone di affrontare i libri di cui tutti parlano, e che nella sua incapacità di farsi un'opinione propria, si prefigge di dire la sua su ognuna delle proprie letture, guardandosi bene, però, dall'esprimere altro che valutazioni superficiali e prive di originalità.
La lettura, praticata da chi non è in grado di capirla fino in fondo, diventa così, secondo Edith Wharton, un vizio pernicioso a cui, tra le altre cose, va il demerito di minare la belle lettere, portando gli scrittori ad un generale livellamento della letteratura verso il basso, e trasformando i critici in sterili "estrattori di trame", dediti più al riassunto che all'autentica interpretazione delle opere.
Un'analisi di per sé interessante sul ruolo del lettore, a mio avviso sciupata dell'approccio un po'troppo semplicistico e velatamente snob della Wharton, che da un lato vorrebbe suggerire al pubblico un utopistico metro di valutazione totalmente avulso dalle considerazioni morali e ideologiche (e qui mi domando come sarebbe possibile, secondo l'autrice, esprimere un giudizio personale prescindendo interamente dal proprio sistema di inclinazioni e princìpi); dall'altro si lascia andare ad affermazioni generiche ed ampiamente opinabili secondo cui "il valore di un libro dipende da ciò che il lettore riesce a trarre da esso", a patto, s'intende, che il lettore sia sufficientemente preparato - o, per meglio dire, dotato - da poterlo comprendere.
C'è indubbiamente del buon senso nelle osservazioni della scrittrice americana, specialmente se si considera che l'obiettivo principale del suo saggio sembra quello di propugnare lo sviluppo di un maggior spirito critico nei fruitori della letteratura: auspicio che, oggi come allora, è difficile non condividere.
Peccato per la ripetitività dei concetti, e per il tono didascalico e supponente della dissertazione. La si può perdonare, tuttavia, perché la carriera della Wharton, all'epoca, era poco più che agli inizi





Il vizio

 della lettura

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Il vizio della lettura
La New York dei primi del Novecento corre alla massificazione, industriale e commerciale, trampolino di lancio per gli splendenti anni Venti che chiuderanno una curva con i decadenti ed emancipati Trenta. Non si fa aspettare neanche la crescita esponenziale della produzione e, di più, della fruizione culturale. I libri si diffondono capillarmente sul e nel territorio nazionale ed internazionale: chiaramente tutto ulteriormente amplificato nell’upper class, se non upper upper class newyorchese, terreno arato per raccogliere il seme della riflessione. Nasce così una nuova ma sempre meno rara bestia ibrida, il lettore meccanico. Non è più un primiparo che si approccia alla letteratura con passo incerto, religioso, semplicemente onnivoro per bramosia di crescita. E non è ancora l’intellettuale vero, colui che ha fatto della parola scritta la sua ragione di vita. Il lettore meccanico legge per luogo comune, così come parla: non è onnivoro, è bulimico, eppure non è disposto a riconoscersi che come emblema dell’emancipazione, senza remore di battersi con il proprio parere, formato “inconsapevolmente” da patchwork di altri (“Sei solo la copia di mille riassunti”, diceva la canzonetta) e dissenso - perché la diffidenza dà un tono. Ma i danni che questi causa sono da reazione a catena: un lettore meccanico provoca uno scrittore meccanico e, peggio, un critico meccanico, abbattendo pezzo da domino dopo pezzo da domino la Letteratura, che inizia a girare su se stessa, e blocca la sua crescita disastrosamente…
Prima di Ethan Frome, che piace tanto alla critica, prima de L’eta dell’innocenza che piace un po’a tutti (al lettore meccanico?), Edith Wharton scrive questo sfiziosissimo e provocatorio libello sul vizio della lettura. Sfoderando il sarcasmo di chi usa la penna - e la lingua - scegliendo le lame con cura, tra fendenti e taglietti Wharton incide l’identikit di un piccolo mostro che era contemporaneo allora come lo è adesso. Che sia un atteggiamento che ciclicamente si ripete nei periodi in cui la società tutta crede di essere a quel punto della storia in cui non è più necessario apprendere nulla, ma solo pontificare pesando di essere ormai arrivati e stanziati su qualche vetta per altri inespugnata? Ed eccolo lì il Meccanico (lettore, scrittore, critico), che non si illude, non si stupisce, non si addolora, non si commuove e non crea né cresce mai veramente. Divora i libri perché deve, perché è così che si fa, perché non si può permettere di non rimanere al passo e nel galoppo smette di chiedersi dove sta andando e perché, se vuole davvero percorrere quella strada. Non vede chi incrocia il suo cammino, tutto quello che gli rimane è il galoppo, ma verso cosa nessuno lo sa. Solo lui pensa di saperlo. Purtroppo le sue intuizioni raramente sono esatte. Avvelenata ma sempre divertita la considerazione non è sagace tanto perché ci mette in guardia contro un prototipo di essere umano che potremmo (e possiamo) incontrare sul nostro cammino, quanto per il pungolo che infila sotto il nostro costato, che fa interrogarci sullo stereotipo che ognuno ha - in piccola o grande parte - dentro; quell’omino annoiato ma presuntuoso che non è disposto a farsi insegnare nulla da chicchessia, ma che comunque spesso non ha la forza di accendere l’interruttore dello spirito critico, credere in qualcosa ed evolvere. Edith urla: “Combattiamolo!”.










domenica 15 febbraio 2015

Questi fantasmi

Corrado Bevilacqua

Hello. Ms. Wharton how are you?


Questa notte non ho chiuso occhio perché c'era una domanda alla quale non riuscivo dare riposta che mi girava per la testa. Dov'è finito Nanni Moretti? Sta preparando una sorpresa? L'ultima sorpresa di Moretti fu Il caimano. Un film orrendo. L'unico merito che fu possibile ascrivergli fu d'essere contro Berlusconi. Io mi ricordavo un altro Moretti. Il Moretti di Io sono un autarchico, Bianca, Sogni d'oro, Caro diario. Mi ricordavo cioè un Moretti in grande stile. Intelligente, ironico, acuto nella stesura del testo.Il caimano fu la negazione di tutto questo.

Non mi sono sorpreso. Ingmar Bergman girò per tutta la sua vita film orrendi che passavano per capolavori perché nessuno li capiva e non poteva dirlo. Avevo un amico, che era il critico cinematografico del primo quotidiano in cui lavorai. Egli era un "dellavolpiano". Su di un punto eravamo d'accordo.

C'era più cinema in Sfida infernale che in tutti i film di Bergman. Un giorno Bergman si riscattò e girò Fanny e Alexander: autentico capolavoro che fece dimenticare come d'incanto Settimio sigillo, La fontana della vergine, Il posto delle fragole, Luci d'inverno, Come in uno specchio; per finire con quello splendido polpettone che fu Sinfonia d'autunno. Adesso, mi aspetto di vedere girato da Moretti un film dedicato a Matteo Renzi. Gli suggerisco il titolo. Il pirana.

Certo, il cinema italiano, morti i grandi, era diventato poca cosa. Ci restavano Nanni Moretti e i fratelli Taviani. Moretti tace. Quando parlo di grandi, mi riferisco a Rossellini, Fellini Antonioni, Visconti. Anch'essi girarono film orrendi. Germania ano zero, Stromboli, Giulietta degli spiriti, La caduta degli dei. Poco male. Anche a Sartre capitò di scrivere Critica della ragione dialettica e I sequestrati di Altona. Così a Rossellini capitò di girare un filmaccio come Roma città aperta e dei capolavori come L'ascesa al potere di Luigi XIV, Blaise Pascal, Atti degli apostoli. Visconti girò due capolavori: Ossessione e Rocco e i suoi fratelli. Antonioni girò un capolavoro: L'avventura. Deserto rosso fu, per dirla con Fantozzi, una "boiata pazzesca".

Fellini girò La strada e diventò famoso in tutto il mondo. Ronald Laing ne parlò in L'Io diviso. In realtà, il vero Fellini è quello di I vitelloni. Non c'è in tutta la filmografia americana una scena come quella di Sordi che fa l'ombrello a degli operai che stanno aggiustando la strada. "Lavoratori, lavoratori del braccio...!?" Ricordate? Allo stesso modo non c'è in tutta la filmografia universale u film come La grande illusione.

Ponete a confronto La grande illusione e La vita è bella e vedrete, se capite qualcosa di cinema, la differenza. Quello che voglio dire, per usare una espressione resa famosa da Edith Whaerton in Il vizio della lettura che ho avuto l'onore, il piacere e l'onere di tradurre per a prima volta in italiano grazie all'amico Pier Luigi Olivi, che non esiste solo il "lettore meccanico". Esiste anche lo spettatore meccanico. Esiste lo spettatore che va a vedere un film perché tutti ne parlano, che si sente in dovere  di dire che un film è un capolavoro perché così è stato deciso senza fare unì'analisi del film come prodotto filmico.

Non è facile, lo so, come non è facile leggere un libro. E' un'attività che dovrebbe essere insegnata a scuola. A scuola non si insegnano più nemmeno storia e geografia. Figuriamoci se si insegna a vedere un film o a leggere un libro. Non solo, ma gli stessi semiologi, penso a Umberto Eco, si danno da tempo alla narrativa e libri come Opera aperta, La struttura assente, Lector in fabula, rimangono intonsi sugli scaffali delle patrie biblioteche.

martedì 10 febbraio 2015

Corrado Bevilacqua Tradurre Edith Wharton



Corrado Bevilacqua
Tradurre Edith Wharton per un pubblico italiano del XXI secolo



Quando mi accinsi a tradurre il saggio di Edith Wharton The vice of reading dall'americano all'italiano, sapevo che mi sarei trovato presto nelle peste a cominciare dal titolo. Americani ed inglesi usano sostantivare il verbo all'infinito, aggiungervi la desinenza ing e trasformarlo in sostantivo. Non solo. Essi, usano prendere un sostantivo, trasformarlo in verbo, aggiungervi ing e farlo diventare un nuovo sostantivo con desinenza ing: fish = che vuol dire pesce diventa to fish che vuol ire pescare, che diventa fishing che vuol dire pesca, per cui la frase: Vive di pesca diventa in anglo-americano: He lives on fishing, ovvero: Vive del pescare. Nel caso del titolo del saggio di EW, to read=leggere diventa reading= lettura. Non solo. Essi usano il sostantivo come aggettivo ponendolo davanti al sostantivo. EW ricorre spesso a tale marchingegno, come nella frase "the penny-in-the-slot or touch-the-button books", la quale è intraducibile in lingua italiana perché verrebbe fuori un obbrobrio di questo genere: "il- penny- nella -fessura libro" e il "tocca- il- pulsante -libro". Il lettore che non conosce la lingua inglesepuò farsene unìidea leggendo i miei Elementi d lingua inglese sul sito: 
(Il lettore digiuno della lingua inglese può consultare i miei Elementi di lingua inglese https://www.academia.edu/10664337/Corrado_Bevilacqua_Elementi_di_lingua_inglese )



***

I due libri più famosi di EW sono Ethan Frome e L'età dell'innocenza. In Ethan Frome, la grande scrittrice americana narra una straziante d'amore. La Wharton usa uno stile scarno, asciutto, essenziale. Non credo che la Wharton avrebbe potuto usare meno parole di quelle usate nel romanzo per fornirci la stessa quantità di informazione. Il brano, tratto dal capitolo VIII, inizia con un flash back: When Ethan... Poi, qualche riga sotto, la Wharton riprende il filo del racconto da dove l'aveva lasciato alla fine del capitolo precedente: After Zeena's departure. Il capitolo precedente s'era concluso, infatti, con una scenata in cucina tra le due "rivali", la moglie di Ethan, Zeema, e la cugina di Ethan, Mattie, per via d'un piatto da portata in vetro che Mattie aveva rotto e del quale Zeema aveva trovato i cocci nascosti da Mattie.

***
"When Ethan was called back to the farm by his father's illness, his mother gave him, for his own use, a small room behind the untenanted "best parlour." Here he had nailed up shelves for his books, built himself a box-sofa out of boards and a mattress, laid out his papers on a kitchen-table, hung on the rough plaster wall an engraving of Abraham Lincoln and a calendar with "Thoughts from the Poets," and tried, with these meagre properties, to produce some likeness to the study of a "minister" who had been kind to him and lent him books when he was at Worcester.

He still took refuge there in summer, but when Mattie came to live at the farm he had to give her his stove, and consequently the room was uninhabitable for several months of the year. To this retreat he descended as soon as the house was quiet, and Zeena's steady breathing from the bed had assured him that there was to be no sequel to the scene in the kitchen. After Zeena's departure he and Mattie had stood speechless, neither seeking to approach the other. Then the girl had returned to her task of clearing up the kitchen for the night and he had taken his lantern and gone on his usual round outside the house. The kitchen was empty when he came back to it; but his tobacco-pouch and pipe had been laid on the table, and under them was a scrap of paper torn from the back of a seedsman's catalogue, on which three words were written: "Don't trouble, Ethan."

Going into his cold dark "study" he placed the lantern on the table and, stooping to its light, read the message again and again. It was the first time that Mattie had ever written to him, and the possession of the paper gave him a strange new sense of her nearness; yet it deepened his anguish by reminding him that henceforth they would have no other way of communicating with each other. For the life of her smile, the warmth of her voice, only cold paper and dead words!

Confused motions of rebellion stormed in him. He was too young, too strong, too full of the sap of living, to submit so easily to the destruction of his hopes. Must he wear out all his years at the side of a bitter querulous woman? Other possibilities had been in him, possibilities sacrificed, one by one, to Zeena's narrowmindedness and ignorance. And what good had come of it? She was a hundred times bitterer and more discontented than when he had married her: the one pleasure left her was to inflict pain on him. All the healthy instincts of self-defence rose up in him against such waste...

He bundled himself into his old coon-skin coat and lay down on the box-sofa to think. Under his cheek he felt a hard object with strange protuberances. It was a cushion which Zeena had made for him when they were engaged- the only piece of needlework he had ever seen her do. He flung it across the floor and propped his head against the wall...

He knew a case of a man over the mountain- a young fellow of about his own age- who had escaped from just such a life of misery by going West with the girl he cared for. His wife had divorced him, and he had married the girl and prospered. Ethan had seen the couple the summer before at Shadd's Falls, where they had come to visit relatives. They had a little girl with fair curls, who wore a gold locket and was dressed like a princess. The deserted wife had not done badly either. Her husband had given her the farm and she had managed to sell it, and with that and the alimony she had started a lunch-room at Bettsbridge and bloomed into activity and importance. Ethan was fired by the thought. Why should he not leave with Mattie the next day, instead of letting her go alone? He would hide his valise under the seat of the sleigh, and Zeena would suspect nothing till she went upstairs for her afternoon nap and found a letter on the bed...

His impulses were still near the surface, and he sprang up, re-lit the lantern, and sat down at the table. He rummaged in the drawer for a sheet of paper, found one, and began to write.

"Zeena, I've done all I could for you, and I don't see as it's been any use. I don't blame you, nor I don't blame myself. Maybe both of us will do better separate. I'm going to try my luck West, and you can sell the farm and mill, and keep the money-"

His pen paused on the word, which brought home to him the relentless conditions of his lot. If he gave the farm and mill to Zeena what would be left him to start his own life with? Once in the West he was sure of picking up work- he would not have feared to try his chance alone. But with Mattie depending on him the case was different. And what of Zeena's fate? Farm and mill were mortgaged to the limit of their value, and even if she found a purchaser- in itself an unlikely chance- it was doubtful if she could clear a thousand dollars on the sale. Meanwhile, how could she keep the farm going? It was only by incessant labour and personal supervision that Ethan drew a meagre living from his land, and his wife, even if she were in better health than she imagined, could never carry such a burden alone.

Well, she could go back to her people, then, and see what they would do for her. It was the fate she was forcing on Mattie- why not let her try it herself? By the time she had discovered his whereabouts, and brought suit for divorce, he would probably- wherever he was- be earning enough to pay her a sufficient alimony. And the alternative was to let Mattie go forth alone, with far less hope of ultimate provision...


Quando Ethan era ritornato alla fattoria a causa della malattia del padre, sua madre gli aveva dato, per uso personale, una piccola stanza dietro il "salotto buono" che non era mai usato. Qui, Ethan aveva inchiodato delle tavole di legno e ne aveva ricavato una biblioteca per i suoi libri; con delle assi di legno e un materasso s'era costruito un divano; aveva disposto le sue carte su una tavola da cucina; aveva appeso al grezzo intonaco della parete una stampa raffigurante Abramo Lincoln e un calendario con i "Pensieri dai poeti ", e, utilizzando questi suoi scarsi mezzi aveva cercato di creare qualcosa di simile allo studio d'un" ministro" che era stato gentile con lui e che gli prestato dei libri quando era a Worcester.

D'estate, egli si rifugiava ancora in quella stanza. Quando Mattie era andata ad abitare alla fattoria, egli aveva dovuto darle la sua stufa e di conseguenza la stanza era diventata inabitabile a causa del freddo nei mesi invernali. Egli usciva dal suo rifugio non appena la casa piombava nel silenzio, rotto soltanto dal respiro regolare proveniente dalla camera da letto dove dormiva Zeema, che lo assicurava che non ci sarebbe stata un'altra scenata come quella della cucina.

[Questa scenata viene descritta dalla Wharton nel capitolo precedente. La Wharton, ora, riprende a narrare la storia, dopo il flash back iniziale. ]

Uscita Zeena della cucina, Ethan e Mattie erano rimasti in piedi, a guardarsi ammutoliti . Poi, Mattie era ritornata al suo compito serale di pulire la cucina; Ethan aveva preso la sua lampada era uscito per il suo consueto giro. Quando Ethan ritornò, la cucina era vuota. La sua borsa per il tabacco e la sua pipa erano posate sulla tavola della cucina. Sotto di esse, c'era un pezzo di carta strappato dal retro d'un catalogo d'un venditore di semi sul quale erano scritte tre parole. "Non preoccuparti Ethan".

Entrato nel suo freddo e buio "studio", Ethan posò la lampada sul tavolo. Si chinò sulla lampada e lesse più volte il messaggio di Mattie. Era la prima volta che Mattie gli scriveva, e l'avere ora nelle sue mani un biglietto di Mattie gli dava la sensazione che Mattie fosse in quella stanza con lui; nello steso tempo, il contatto con il biglietto d Mattie aumentava la sua angoscia perché gli ricordava che da quel momento in avanti, quello sarebbe stato l'unico loro modo di comunicare. Lui non avrebbe mai potuto gioire della vivacità del sorriso di Mattie, del calore della sua voce. Ma avrebbero potuto scambiarsi solo parole morte su un freddo pezzo di carta!

Sentimenti confusi di ribellione lo invasero. Ethan era troppo giovane, troppo forte, troppo pieno di linfa vitale per accettare di sottomettersi alla distruzione delle proprie speranze. Doveva consumare tutti i suoi anni al fianco di una donna acida e litigiosa? Perché rinunciare ad altre possibilità che la vita gli poteva offrire? Non s'era già abbastanza sacrificato per una donna stupida e ignorante come Zeena. E a che cosa era servito? Lei era diventata cento volte più acida e scontenta della vita di quando l'aveva sposata. Il suo unico piacere era quello di fargli del male.

No. Non poteva continuare così. Il suo istinto di conservazione insorse contro quella situazione. Ethan si infagottò nel suo vecchio cappotto di procione e si distese sul divano. Egli senti un oggetto duro con una strana protuberanza penetrargli nella guancia. Era un cuscino regalatogli da Zeema per il loro fidanzamento. E 'stato un cuscino che Zeena aveva fatto per lui quando s'erano fidanzati. Era lavoro di cucito che l'avesse mai vista fare. Gettò il cuscino sul pavimento e appoggiò la testa al muro. Scagliò il cuscino sul pavimento e appoggiò la testa contro il muro ...

Ethan conosceva il caso di un giovane di circa la sua stessa età che abitava al di là ella montagna e che era scappato da una vita di miseria andando all'Ovest con la ragazza che amava. La moglie aveva divorziato. Lui s'era felicemente sposato con la ragazza. Ethan aveva incontrato la coppia l'estate prima a Shadd Falls, dove vivevano i loro parenti. La coppia aveva una bambina con dei riccioli biondi, che era vestita come una principessa e portava al collo un medaglione d'oro. Alla moglie che era stata abbandonata non era andata tanto male. Il marito le aveva dato la fattoria che lei era riuscita a vendere, e mettendo assieme i soldi della vendita della fattoria e quegli degli alimenti, aveva aperto un fiorente posto di ristoro a Bettsbridge.

L'esperienza di quella coppia, aveva acceso nella mente di Ethan un pensiero. Perché non avrebbe potuto partire con Mattie il giorno dopo, invece di lasciarla andare da sola? Avrebbe potuto nascondere la sua valigia sotto il sedile della slitta. Zeena sarebbe venuta a sapere della sua fuga solo dopo pranzo, quando sarebbe salita in camera per il pisolino pomeridiano e avrebbe trovato la sua lettera d'addio sul letto.

Etan aveva i nervi a fior di pelle. Etan si alzò di scatto, accese la lampada. Sedette. Aprì il cassetto della tavola da cucina e rovistò dentro di esso cercando nervosamente un foglio di carta. Trovato il foglio, lo stese sulla tavola e cominciò a scrivere.

"Zeema, ho fatto tutto quello che potevo per te, ma non è servito a nulla. Non dico che è colpa tua. La colpa non è né tua né mia, ma di entrambi, e credo che le cose andranno meglio per tutti e due se ci separiamo. Io andrò a cerare fortuna a Ovest. Tu puoi vendere sia la fattoria che il mulino e puoi pure tenerti il denaro.

Ethan cessò improvvisamente di scrivere e pensò.. Se egli concedeva a Zeema tutte le sue proprietà, con che cosa avrebbe potuto rifarsi una vita? Se fosse stato da solo, avrebbe potuto trovare il modo di risolvere il suo problema anche lasciando a Zeema tutte le sue proprietà. Ma non era solo. C'era Mattie e Mattie dipendeva da lui. E, comunque, cosa sarebbe stato di Zeema? Quale sarebbe stato il suo destino?

Fattoria e mulino erano stati ipotecati al limite del loro valore, e anche se Zeema avesse trovato un compratore, difficilmente avrebbe potuto liberare le sue proprietà dalle ipoteche. Nel frattempo, come avrebbe potuto tirare avanti. Finora, era stato solo grazie a lui e al suo lavoro, che avevano avuto di che mangiare. Da sola e malferma di salute com'era, non ce l'avrebbe mai fatta. L'unica alternativa, pensò Ethan, era quella di lasciar andare avanti Mattie da sola, anche se questo pregiudicava il loro futuro.


Affatto diverso era lo stile di L'età dell'innocenza.


On a January evening of the early seventies, Christine Nilsson was singing in Faust at the Academy of Music in New York.

Though there was already talk of the erection, in remote metropolitan distances "above the Forties," of a new Opera House which should compete in costliness and splendour with those of the great European capitals, the world of fashion was still content to reassemble every winter in the shabby red and gold boxes of the sociable old Academy. Conservatives cherished it for being small and inconvenient, and thus keeping out the "new people" whom New York was beginning to dread and yet be drawn to; and the sentimental clung to it for its historic associations, and the musical for its excellent acoustics, always so problematic a quality in halls built for the hearing of music.

It was Madame Nilsson's first appearance that winter, and what the daily press had already learned to describe as "an exceptionally brilliant audience" had gathered to hear her, transported through the slippery, snowy streets in private broughams, in the spacious family landau, or in the humbler but more convenient "Brown coupe." To come to the Opera in a Brown coupe was almost as honourable a way of arriving as in one's own carriage; and departure by the same means had the immense advantage of enabling one (with a playful allusion to democratic principles) to scramble into the first Brown conveyance in the line, instead of waiting till the cold-and-gin congested nose of one's own coachman gleamed under the portico of the Academy. It was one of the great livery-stableman's most masterly intuitions to have discovered that Americans want to get away from amusement even more quickly than they want to get to it.
When Newland Archer opened the door at the back of the club box the curtain had just gone up on the garden scene. There was no reason why the young man should not have come earlier, for he had dined at seven, alone with his mother and sister, and had lingered afterward over a cigar in the Gothic library with glazed black-walnut bookcases and finial-topped chairs which was the only room in the house where Mrs. Archer allowed smoking. But, in the first place, New York was a metropolis, and perfectly aware that in metropolises it was "not the thing" to arrive early at the opera; and what was or was not "the thing" played a part as important in Newland Archer's New York as the inscrutable totem terrors that had ruled the destinies of his forefathers thousands of years ago.
The second reason for his delay was a personal one. He had dawdled over his cigar because he was at heart a dilettante, and thinking over a pleasure to come often gave him a subtler satisfaction than its realisation. This was especially the case when the pleasure was a delicate one, as his pleasures mostly were; and on this occasion the moment he looked forward to was so rare and exquisite in quality that—well, if he had timed his arrival in accord with the prima donna's stage-manager he could not have entered the Academy at a more significant moment than just as she was singing: "He loves me—he loves me not—HE LOVES ME!—" and sprinkling the falling daisy petals with notes as clear as dew.
She sang, of course, "M'ama!" and not "he loves me," since an unalterable and unquestioned law of the musical world required that the German text of French operas sung by Swedish artists should be translated into Italian for the clearer understanding of English-speaking audiences. This seemed as natural to Newland Archer as all the other conventions on which his life was moulded: such as the duty of using two silver-backed brushes with his monogram in blue enamel to part his hair, and of never appearing in society without a flower (preferably a gardenia) in his buttonhole.


"Una sera di gennaio nei primi anni Settanta [dell'Ottocento], Cristine Nilsson stava cantando nel
Faust alla Academy of Music in New York. Sebbene, già negli anni Quaranta si fosse parlato della
costruzione in una remota area edificabile cittadina di una nuova Opera House che avrebbe potuto
competere per il suo splendore e per la fastosità delle sue messe in scena, con i teatri d'opera delle
grandi capitali europee, il "bel mondo" era, malgrado ciò contento, di ritrovarsi ogni inverno negli
squallidi palchi giallo-oro della vecchia ma affabile Academy. I Conservatori, erano felici di questa
situazione perché la piccolezza e la difficile fruibilità della sala dell'Academy, teneva fuori i "nuovi
ricchi" che New York cominciava a temere nella consapevolezza che la città sarebbe presto stata
loro; inoltre, era anche vero la qualità dell'acustica, che era sempre stato un problema per tutti i
teatri d'opera, non lo era per la vecchia sala dell'Academy la cui acustica era eccellente.

Era la prima recita di Madame Nilson quell'inverno a New York, e quello che i quotidiani cittadini
avevano già da tempo presentato come un "pubblico eccezionale" era giunto alla Academy of Music
percorrendo strade rese scivolose dalla neve, utilizzando i più diversi mezzi di trasporto: chi in
"broughams" privati, chi in "landau" abbastanza grandi da contenere un'intera famiglia, chi in
spaziosi "Brown coupe", chi in carri di sua proprietà i quali, per dirla scherzosamente, conferivano
ai loro proprietari il vantaggio, apprezzato dai sostenitori dei principi democratici, di poter ripartire
a proprio piacimento, senza aspettare i comodi del proprio cocchiere che nel frattempo, messosi al
riparo sotto i portici, aveva tracannato gin fino a farsi venire la punta del naso d'un colore rosso
brillante. Credo sia stato uno di questi cocchieri ad avere la grande intuizione che gli americani
vogliono allontanarsi da un luogo di divertimento, ancora più velocemente di come vi arrivino.

Quando Newland Archer aprì la porta sul retro dell'Academy, il sipario della sala della Academy of
Music, s'era appena alzato sulla scena del giardino. Non c'era alcun valido motivo per cui il giovane
non avrebbe dovuto giungere prima. Egli aveva cenato alle sette con la madre e la sorella. Dopo
cena, aveva fumato, in tutta calma, un sigaro in biblioteca, che era l'unica stanza dove sua madre gli
permetteva di fumare, circondato da scaffali color noce scuro e da sedie finemente imbottite. Ma, va
tenuto conto del fatto che New York era una metropoli e in una metropoli "non era cosa" di arrivare
puntuali all'opera. Non era chiaro che cosa si intendesse con l'espressione "non era cosa"; quello che
conta è che essa svolgeva nella vita di Archer un ruolo che era tanto importante quanto quello svolto
dal terrore totemico nella vita i suoi antenati millenni prima.

Il secondo motivo del suo ritardo dipendeva dal fatto che era un dilettante e che aveva perso tempo
fumando il sigaro nella convinzione che un piacere diventa più sottile se si riflette su di esso; ciò
accadeva soprattutto quando si trattava d'un piacere delicato. Comunque fosse, va aggiunto che se
egli avesse calcolato il momento della sua entrata in sala, egli non avrebbe potuto scegliere un
momento migliore, poiché Madame Nilsson aveva appena iniziato a cantare l'aria "Sì, m'ama",
lasciando cadere a terra i petali di margherita in piena sintonia con le note che uscivano dalla sua
ugola con delicatezza della rugiada.

Madame Nilsson cantava ovviamente in italiano, poiché una legge del teatro d'opera impone che i
testi tedeschi o francesi che siano, devono essere tradotti in italiano per facilitare la comprensione
da parte del pubblico di lingua inglese. A Newland, ciò sembrava così naturale come le convenzioni
che condizionavano il suo stile di vita; come l'uso di due spazzole con il manico d'argento e il suo
monogramma in smalto blu e d'una gardenia all'occhiello e la consuetudine di non apparire mai in società swnza una fiore, preferibilmente una gardenia all'occhiello." (traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)

***

Adesso, possiamo capire quello che Edith Wharton intendeva per "scrittore meccanico". Lo "scrittore meccanico" era chi scriveva per compiacere il "lettore meccanico" con la complicità dell'"editore meccanico". Ciò che la Wharton criticava era un "sistema" che prosperava sulle mode del momento. Per capire la critica della Wharton, occorrerebbe leggere il quasi coevo saggio sulla moda di Georg Simmel, laddove Simmel spiegava che la moda "ottunde il nostro cervello". 

Schopenhauer nei Parerga e paralipomena distingueva fra chi viveva "per" la letteratura e chi viveva "di" letteratura. Lo "scrittore meccanico" vive "di" letteratura. L'arma migliore di cui dispone uno scrittore per combattere l'ottundimento delle menti operato dalle mode culturali, è l'ironia. Edith Wharton era una maestra anche in questo campo. Altra roba è la fiction. Qualcuno di noi definirebbe Guerra e Pace un'opera di fiction?

Il libro è una merce. Ha un costo di produzione. Ha un prezzo di vendita. Le regole di gestione sono quelle di qualunque merce. Se il numero dei libri venduti supera il break even point, ovvero punto a profitto zero, l'editore ha un guadagno. Altrimenti ha una perdita. Ne deriva che l'editore produrrà quei libri per i quali pensa ci sia un mercato. Eviterà di pubblicare gli altri. Ciò spiega il motivo per il qual degli analfabeti possono vincere importanti premi letterari. Importante è saper compiacere il pubblico. Edith Wharton non era interessata a ciò. se fosse stata interessata a ciò, non avrebbe scritto l'Ethan Frome. Edith Wharton era una scrittrice tutt'altro che convenzionale, anche quando trattava temi convenzionali, come in Notturno veneziano. Lo stile di Edith Wharton cambiava a aseconda dei soggetti trattati. Prendiamo questo brano tratto dal racconto Venetian Entertainement

"Era il mese di Febbraio del 1760 e il giovane Tony, appena diventato maggiorenne, a bordo d'un
mercantile appartenente alla flotta del vecchio Backwell, sentì il cuore balzargli in petto, quando gli
apparve, tremolante nell'aria, la forma ancora indistinta a causa della distanza, della città di Venezia.
Fin dalla sua infanzia il nome di Venezia era sempre stato una sorta di bacchetta magica.
Nella hall della vecchia casa di Bracknell a Salem pendeva una serie di stampe ingiallite che lo zio
Richard Saulsbee aveva portato a casa da uno dei suoi lunghi viaggi: vedute di moschee e palazzi,
del Serraglio del Grande Turco, della Chiesa di San Pietro in Roma; e, in un angolo - vicina alla
rastrelliera dove erano appesi i vecchi flintlocks - c'era stampa che raffigurava Piazza San Marco a
Venezia popolata di gente indaffarata che aveva attratto in modo singolare la immaginazione del
piccolo Tony. ..."(traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)


***


Uno scrittore di fiction non avrebbe mai potuto rappresentare il dramma di Ethan Frome. Nella introduzione al romanzo, "the first I have ever published", scrisse la Wharton, ella confessa che, sin dal "first flash", nello scrivere il romanzo, si imbattè nel fatto che l'oggetto da lei scelto travalicava i limiti che ella aveva pensato di imporgli.

Questa osservazione ci porta al centro del processo creativo. Più tu come autore, cerchi di porre dei
limiti alla trattazione, più la materia che stai trattando cerca di sfuggire al tuo controllo. I capolavori
sono quei romanzi in cui l'autore riesce a mantenere il controllo dal principio alla fine, al punto che,
Edith Wharton avrebbe potuto dire, parafrasando Gustave Flaubert: "Etham Frome sono io".

***


Chiarito ciò, vediamo il testo di The Vice of Reading. Il testo della Wharton era fortemente polemico. Ella paragonava la diffusione del sapere all'avvento della macchina a vapore e al suffragio universale. La diffusione del sapere a sua volta aveva portato con sé un nuovo vizio: il vizio della lettura, aggiungendo acida che: "No vices are so hard to eradicate as those which are popularly regarded as virtues. Among these the vice of reading is foremost" e, continuava, "it already ranks with such seasoned virtues as thrift, sobriety, early rising and regular exercise. There is, indeed, something peculiarly aggressive in the virtuousness of the sense-of-duty reader. By those who have kept to the humble paths of" precept he is revered as following a counsel of perfection. "I wish I had kept up my reading as you have," the unlettered novice declares to this adept in the supererogatory; and the reader, accustomed to the incense of uncritical applause, not unnaturally looks on his occupation as a noteworthy intellectual achievement."

Il brano, tradotto letteralmente veniva fuori così:

"Non ci sono vizi così difficili da sradicare, come quelli che vengono comunemente considerati delle virtù. Il primo tra questi è il ​​vizio della lettura "; e, continuava, "Esso si colloca già tra delle consolidate virtù come la parsimonia, la sobrietà, le levatacce e il regolare esercizio fisico. C'è qualcosa di particolarmente aggressivo nella virtuosità del lettore che considera la lettura come un dovere morale ed è venerato da coloro che continuano a percorrere gli umili sentieri come colui che ha seguito un consiglio di perfezione. "Vorrei aver tenuto il passo con la lettura, come voi avete fatto, dichiara il novizio illetterato a questo zelante esperto; e il lettore, abituato a l'incenso di applausi acritici, guarda non innaturalmente la sua attività professionale come una conquista intellettuale degna di nota."

Non contenta, la Wharton continuava la sua polemica picchiando ancora più duro. "Reading deliberately undertaken -- what may be called volitional reading -- is no more reading than erudition is culture. Real reading is reflex action; the born reader reads as unconsciously as he breathes; and, to carry the analogy a degree farther, reading is no more a virtue than breathing."

"La lettura deliberatamente intrapresa - ciò che può essere chiamata lettura volitiva - non è più lettura di quanto la cultura è erudizione. La vera lettura è un'azione riflessa, il lettore nato legge inconsciamente come respira, e, per portare l'analogia un grado più lontano, non c'è più virtù nella lettura che nella respirazione " .

"To read is not a virtue; but to read well is an art, and an art that only the born reader can acquire. The gift of reading is no exception to the rule that all natural gifts need to be cultivated by practice and discipline; but unless the innate aptitude exist the training will be wasted. It is the delusion of the mechanical reader to think that intentions may take the place of aptitude. It is obvious that the mechanical reader, taking each book separately as an entity suspended in the inane, must miss all the by-paths and cross-cuts of his subject. He is like a tourist who drives from one "sight" to another without looking at anything that is not set down in Baedeker."

"Leggere non è una virtù, ma leggere bene è un'arte; un'arte che solo il lettore nato può acquisire. Il dono della lettura non fa eccezione alla regola di tutti i doni naturali che devono essere coltivati dalla pratica e dalla disciplina; ma se non esiste un'attitudine innata, l'allenamento sarà sprecato; è un'illusione del lettore meccanico pensare che le intenzioni possano prendere il posto dell'attitudine. Il lettore meccanico, prendendo ogni libro separatamente come un'entità sospesa nell'inane, perde [inevitabilmente] tutti i sentieri e i crocicchi del suo soggetto. Egli è come un turista che passa da un luogo all'altro, senza guardare tutto ciò che non si trova nel suo Baedeker".


***


A quel punto, dovevo scegliere fra due atteggiamenti. O fingere che il problema non esistesse e procedere alla imitazione di Edith Wharton come avrebbe fatto un traduttore meccanico o inventare un nuovo stile che mi avrebbe evitato di diventare un "traduttore meccanico". Così, tradotta la Wharton "meccanicamente", ho stampato il testo, l'ho riletto e ho pensato: "Mia cara Edith, tu ha fatto la tua parte e l'hai fatta da maestra, dimostrando che nastri e merletti non impediscono di pensare. Io uso jeans, ho accanto a me lo smart phone e scrivo con il mio laptop usando Word come quelli che saranno i lettori di questo tuo saggio. Perciò, perdonami, ma devo scrivere un testo per i lettori del 20014, non del 1903. Augurami buona fortuna. Kisses. Corrado".

Penso che Mrs. Wharton, la quale era una donna intelligente, abbia apprezzato il mio tentativo di proporre il suo pensiero a dei lettori moderni che sono più interessati alle sue idee che ai nastri ai merletti della sua vestaglia da camera. Inoltre credo che essa meritasse il ripsetto che metitano i grandi. Rispetto, cioè, studio del loro pensiero non volgari imitazioni.

venerdì 6 febbraio 2015

Omaggio a Mrs Wharton

Corrado Bevilacqua

Dire l'indicibile


Ogni arte ha i propri mezzi espressivi. Il cinema ha i suoi ed essi sono differenti da quelli della poesia. Il cinema nasce con L'innaffiatore innaffiato. Ricordate? Cinema vuol dire azione. Immagini in movimento. Il colpo di genio consistette nell'incollare un'immagine all'altra, un fotogramma all'altro. Un tempo ci furono dei famosi registi che pensarono di bloccare l'azione. Bloccare l'azione in un film è commettere il medesimo errore del musicista che pretendesse di "mettere in musica il silenzio".

L'unico modo di "dire il silenzio" è tacere, come fa Kari, il protagonista di L'uomo difficile di Hofmannsthal, suscitando la curiosità degli astanti, i quali non credono ai loro occhi. Era veramente lui? Kari non s'era mai comportato così. Era vero. Kari era sempre stato un uomo brillante. Come spiegare il suo silenzio? Lo si spiega con la guerra, con gli orrori cui Kari ha assistito.

Kari si tova nella medesima situazione del giovane protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Eric Maria Remarque, quando ritorna a casa per una licenza e la madre gli chiede come sta. Come dovrebbe stare? Come fa a spiegare alla madre che egli è diventato un assasssino? Va nella sua camera. Vede il pianoforte a muro e si chiede se quella mani assassine potranno mai un giorno ritornar a suonare Schubert, Schumann, Chopin... . Guarda la madre. La madre continua a non capire.

Adesso, Immaginate l'interno di un pub inglese. E' l'ora di chiusura. Un cameriere sta pulendo i tavolini e ripete a intervalli regolari la frase: "Per favore signori, si chiude". Seduta ad un tavolo d'angolo c'è una coppia, una normale coppia borghese di quellle che piacevano a Thomas Stearn Eliot. Lei guarda lui negli occhi e gli chiede: "A cosa stai pensando? Non mi dici mai a cosa stai pensando". "Penso siamo nel vicolo dei topi dove i morti hanno perso le ossa".

Cambia la scena. Una coppia cammina lentamente per una strada di Londra. Si tengono per mano. Lui riflette a voce alta: "Let's go then you and I when the evening is spread out against the sky..". Allora, andiamo tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo... Andiamo fra alberghi di passo a poco prezzo e ristoranti ricoperti di gusci d'ostriche e segatura... Andiamo per strade che si succedono come un tedioso argomento che conduce a domande che imbarazzano. Tu non chiedere cosa. Andiamo fare la nosra visita". A quel punto, uno si chiede: A chi? A chi andranno a fare visita? Domanda ovvia. Non per Eliot che a quel punto ti piazza un verso che ti lascia a bocca aperta. "Nella stanza le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo". Ora, com'è possibile mettere in scena questi versi? Oppure questi: "...and indeed there will be time,. time to murder and create, time for you and time for me, before taking a toast and tea"["E di sicuro ci sarà tempo. Tempo per uccidere e tempo per creare, tempo per me e tempo per te, prima di prendere un toast con il te"].

Molti anni fa era il 1993 pubblicai un "romanzo politico" in cui parlavo della crisi che la mia generazion stava attraversando. Mandai una copia del libro anche a Norberto Bobbio, ricordandogli una lontana sera a Genova dove c'eravamo incontrati alla cena che aveva seguito la presentazione della Storia del marxismo pubblicata da Einaudi. Al tavolo, eravamo seduti: io, l'editore Einaudi, il gemanista Cesare Cases, Norberto Bobbio e Franco Piperno. Bobbio fu una sorpresa. Lo pensavo austero. Invece, era un gran mangiatore di pesce fritto. Einaudi lo guardò. Sorrise e gli disse velenoso: "Cosa direbbe tua moglie a vedere che mangi tutto quel pesce fritto?". Bobbio non lo degnò d'uno sguardo. "Lasciala dov'è", ribattè Bobbio. Ebbene, una mattina ricevo un biglietto di Bobbio nel quale si complmenta per il modo in cui il mio libro era stato scritto e aggiungeva che gli dispiaceva di doverlo dire, ma non aveva capito dove volevo andare a parare. Eppure, a me sembrava chiaro. L'avevo detto citando Eliot: "Do I dare? ". Saprò osare, saprò ricominciare?

E' difficile capire dove Eliot vuole andar a parare e sarebbe ancor più difficile metterlo in scena. Vi immaginate un film ispirato a Terra desolata?

"Phlebas the Phoenician, a fortnight dead
forgot the cry
of gulls and the deep sea swell
and the profit and loss.
A current under sea
picked his bones in whispers as he rose and fell.
He passed the stages of his age and youth
entering the whirlpool.
Gentile or Jew
o you who turn the wheel and look to windward,
consider Phlebas who was once handsome and tall
as you".

[Flebas ll fenicio, morto da quindici giorni,
dimenticò lo stridulo grido
dei gabbiani e il profondo gorgo del mare,
il profitto e la perdita.
La corrente sottomarina
gli scarnificò le ossa in mormorii mentre egli emergeva e affondava.
Egli passò attraverso le fasi della sua vita,
dalla govinezza alla maturità
mentre egli veniva risucchiato nel vortice.
Gentile o Ebreo, tu che governi la nave e guardi verso il vento,
ricordati di Flebas, il Fenicio, che un tempo fu alto e bello,
come te". Traduzione di Corrado Bevilacqua]

Non meno difficile sarebbe portare Leopardi sullo schermo. Leopardi fu sempre considerato un pessimista. Né si capisce come avrebbe potuto non esserlo, considerato il suo cattivo stato di salute e il modo monotono in cui "menava il giorno". Inoltre, Leopardi non credeva nell'ideologia delle "sorti magnifiche e progressive" come egli afferma esplicitamente in una poesia fra le più famose di quelle da lui composte, La ginestra. Il Leopardi espose la sua weltanshauung in Canto notturno, dove egli si pose le domande di sempre. "Chi siamo? Da dove veniamo? Dove Andiamo?

"Che fai tu ln luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna". Per Leopardi, l'uomo è "gettato" in un mondo ostile, indifferente alle sue sofferenze. La Natura è "matrigna". In una famosa operetta morale, Leopardi immagna che gli uomini siano spariti dalla faccia della Terra. Non per questo notava uno gnomo parlando con un folletto, l'acqua dei fiumi ha smesso di defluire verso il mare; né il sole ha smesso di illluminare o con i suoi raggi la Terrra.

"Nasce l'uomo a fatica ed è rishio di morte il nascimento", scrisse Leopardi nel Canto notturno. "Prova pena e tormento" ed i genitori cominciano, da subito, a consolarlo dell'esser nato. Sandor Ferenci, già allievo di Freud, nel 1924 nel saggio intitolato Thalassa, scrisse che, sin dal momento in cui l'uomo prende coscienza di sé, egli tende a restaurare la situazione intrauterina, dalla quale egli è stato strappato violentemente dalla natura per "essere getttato" nel mondo.

In quello stesso anno, Freud pubblicava Il disagio della civiltà, dove faceva risalire l'origine della sofferenza umana alla impossibilità di realizzare compiutamente le istanze del "principio del piacere". Il tentativo di Freud, pur nobile nell'intento, a me sembra fallito in quanto prodotto d'una costruzione intellettuale che, come scriveva Adler, attribuisce all'uomo, inteso come specie, le caratteristiche psicologiche di persone che soffrono, in quanto individui, di disturbi psichici. La nostra infelicità dipende, come affermava Leopardi, ben prima di Heidegger, dal nostro "essere gettati"; o, per dirla con Ferenci, dal nostro essere strappati dal seno materno per "essere gettati" nel mondo.

Volendo, poi, passare dal piano ontogenetico a quello filogenetico, possiamo inquadrare il problema immaginando cosa dovettero provare i nostri antenati, delle simpatiche scimmiette arboricole, quando esse vennero strappate dalla loro vita sugli alberi e dovettero adattarsi ad una vita terricola. Per esse, si trattava d'essere precipitate in un mondo nuovo e misterioso, popolato di nuovi nemici dai quali esse non sapevano come difendersi.

Ora, tutto questo, può essere spiegato in un film? Grandi registi con grandi mezzi intellettuali come Bergman, Bunuel, Antonioni, Goddard non ci sono riusciti. Il lettino dello "strizzacervelli" mal si adatta all'azione filmica. Analoga considerazione può essere fatta per quello che riguarda il rapporto fra cinema e letteratura. Come è possibile rendere cinematograficamente la sorpresa che Anna Karenina prova quando incontra Wronsky per la prima volta? Oppure, il senso di estraneità che ella prova quando, alla stazione, di ritorno da Mosca, vede il marito che le va incontro dopo che ella s'è innamorata di Wronsky? Neanche Greta Garbo ci riuscì

Com'è possibile rendere cinematograficamente la forza vitale che emana da ogni parola, da ogni gesto, da ogni sguardo della "mujer de Pablo" in Per chi suona la campana di Hemingway? Come rendere cinematograficamente l'immenso valore morale delle parole rivolte dalla "mujer e Pablo" a Maria che trema di paura al ricordo di quello che i franchisti le hanno fatto? "Non temere, loro non ci possono fare nulla".

Come rendere con le parole il senso della catastrofe che l'ultimo dei von Trotta avverte pesare sulle proprie spalle in La cripta dei cappuccini di Joseph Roth? Solo un genio lo può fare. Solo Tolstoi poteva rendere, usando penna e inchiostro la potenza che si irradiava dallo sguardo con il quale Ljuba osserva per l'ultima volta Nechliudov in Resurrezione. E' lo sguardo d'una donna che non teme più nulla perché ha sopportato, senza tradire mai se stessa, tutto quello che un essere umano poteva sopportare.

Così è per Ethan Frome. Ormai, il racconto è giunto alla fne. Parla Mrs. Hale che tira le conclusioni della storia.

"She took off her spectacles again, leaned toward me across the bead-work table-cover, and went on with lowered voice: "There was one day, about a week after the accident, when they all thought Mattie couldn't live. Well, I say it's a pity she did. I said it right out to our minister once, and he was shocked at me. Only he wasn't with me that morning when she first came to... And I say, if she'd ha' died, Ethan might ha' lived; and the way they are now, I don't see's there's much difference between the Fromes up at the farm and the Fromes down in the graveyard; 'cept that down there they're all quiet, and the women have got to hold their tongues."

["Mrs. Hale si tolse gli occhiali; piegò il proprio busto sopra la tavola coperta da una tovaglia ricamata a perline, avvicinò il suo viso al mio, e disse a bassa voce:
- Ci fu un giorno, all'incirca una settimana dopo l'incidente, in cui tutti pensarono che Mattie non ce l'avebbe fatta. Io credo sia stato un peccato che Mattie ce l'abbia fatta. Lo dissi al nostro pastore ed egli mi guardò come se fosse rimasto scioccato dalla mia affermazione. Egli non aveva visto quello che avevo visto io la mattina in cui Mattie rinvenne. Io penso che se Mattie non ce l'avesse fatta, sarebbe stato meglio per entrambi. Ethan ce l'avrebbe fatta a vivere anche senza di lei. Considerato infatti il modo in cui essi vivono ora, credo che non ci sia molta differenza fra i Frome che vivono nella fattoria sulla montagna ed i Frome che sono sepolti in cimitero, tranne che essi sono tranquilli e le loro donne tengono cucite le loro bocche". (Traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)]

In questo finale emerge il genio della Wharton. Ella sa che non ci sono parole per rendere la drammaticità della situazione in casa Frome. Quello che ella poteva fare era di attivare la nostra immaginazione stimolandola con l'amara ironia di Mrs. Hale

giovedì 5 febbraio 2015

The New York Review of Books

The New York Review of Books 


Il futuro dei libri
di
JASON EPSTEIN

Il passaggio all'interno dell'editoria libraria dall'inventario fisico, conservato in un magazzino e spedito ai dettaglianti con dei camion, ai file digitali depositati nel ciberspazio, e consegnati in qualsiasi luogo della terra rapidamente e a buon mercato come un'e-mail, è ora in corso ed è irreversibile. Tale mutamento storico trasformerà radicalmente l'editoria libraria del mondo intero, le culture su cui essa incide e da cui dipende. Nel frattempo, per ragioni affatto differenti, la raffinata editoria libraria per la quale io cominciai a lavorare oltre mezzo secolo fa è già nervosissima, poiché, come un giocatore incallito, soffre di un'invincibile propensione per i rischiosi bestseller stagionali (molti dei quali non recupereranno i loro costi) e del contemporaneo deterioramento del catalogo, quell'essenziale rendita annua su cui, in tempi migliori, gli editori di libri avevano contato per far quadrare i bilanci, negli anni buoni come in quelli cattivi. Questa crisi di fiducia si rispecchia in certi traumi incrociati, quali un mercato troppo specializzato e dominato da prodotti effimeri ad alto rischio e un cambiamento tecnologico superiore, per ordine di grandezza, alla fondamentale evoluzione dagli scriptoriadei monasteri ai caratteri mobili inventati da Gutenberg, nella città tedesca di Magonza, sei secoli fa.

Sebbene l'invenzione di Gutenberg abbia reso possibile il nostro mondo moderno con tutte le sue meraviglie e le sue afflizioni, nessuno, e men che meno lo stesso Gutenberg, avrebbe potuto prevedere che la stampa avrebbe avuto un tale effetto. E nessuno oggi può prevedere, se non a grandi linee e in maniera approssimativa, l'impatto ben maggiore che avrà la digitalizzazione sul nostro futuro. Con la terra che sta tremando sotto di loro, non stupisce che gli editori, con un piede nel passato in fase di sgretolamento e l'altro in cerca di un terreno solido in un futuro incerto, esitino a cogliere la possibilità offerta loro dalla digitalizzazione di ripristinare, espandere e promuovere i loro cataloghi per un decentralizzato mercato mondiale. Le nuove tecnologie, però, non aspettano il permesso. Esse sono, per usare l'abusata espressione di Schumpeter, dirompenti e intrattabili come i terremoti.

La tecnologia di Gutenberg fu la condizione sine qua non della rinascita dell'Occidente, come se il metodo letterario e scientifico, oltre che il governo costituzionale, stessero solo aspettando che Gutenberg premesse l'interruttore. Nel giro di cinquant'anni, le macchine da stampa entrarono in funzione da un capo all'altro dell'Europa, bloccate soltanto al confine con l'Islam, che rifiutò la nuova invenzione. Forse per lo stesso timore della crescente alfabetizzazione che allarmò l'Islam, la Cina ignorò una trascrizione fonetica degli ideogrammi, attribuita a un imperatore coreano, che avrebbe potuto permettere l'uso dei caratteri mobili.

L'attuale resistenza degli editori all'incalzante futuro digitale non deriva dalla paura di una dirompente alfabetizzazione, ma dal comprensibile timore della propria obsolescenza personale e della complessità della trasformazione digitale che li aspetta, in seguito alla quale gran parte della loro infrastruttura tradizionale e forse essi stessi risulteranno in soprannumero. Karl Marx scrisse, a proposito delle rivoluzioni del 1848, nel suo Manifesto comunista, che tutto ciò che era solido si dissolveva nell'aria. Certo, la sua visione di un paradiso dei lavoratori era sbagliata di 180 gradi, un trionfo del desiderio sull'esperienza. Ciò che si era dissolto ben presto si solidificò come capitalismo industriale, un paradiso per alcuni a spese dei più. Ma la potente immagine di Marx corrisponde all'attuale industria editoriale, in cui l'infrastruttura ad alta intensità di capitale-macchine da stampa, magazzini stipati di un inventario pienamente restituibile, mercato al dettaglio limitato da un costoso patrimonio immobiliare, tende a dissolversi in un'enorme nube dove tutti i libri del mondo si ritroveranno prima o poi come file digitali da scaricare all'istante, un titolo dopo l'altro, ovunque esista una connessione terrestre, e da stampare e rilegare a richiesta in un luogo di vendita, una copia per volta, grazie all'Espresso Book Machine, 1 come una biblioteca di paperback di qualità, o da trasmettere a dispositivi di lettura elettronica che comprendono i Kindle, i Sony Reader e i loro successori multiuso, tra cui ultimamente l'iPad della Apple. La capacità senza precedenti di questa tecnologia di offrire a un nuovo e vasto mercato multilingue una scelta di testi praticamente illimitata soppianterà il sistema di Gutenberg, con o senza la cooperazione dei suoi attuali gestori.

La digitalizzazione rende possibile un mondo in cui chiunque può pretendere di essere un editore e chiunque può ritenere di essere un autore. In questo mondo i filtri tradizionali si dissolveranno nell'aria e solo il filtro supremo – l'incapacità umana di leggere ciò che è illeggibile – rimarrà a scegliere ciò che vale la pena conservare in quel mercato virtuale dove l'usignolo di Keats condivide lo spazio elettronico con gli haiku di zia Mary. Che ai contenuti di tutte le biblioteche del mondo si avrà finalmente accesso praticamente dappertutto con il clic di un mouse non è un vantaggio in assoluto. Un altro clic potrebbe cancellare quegli stessi contenuti e determinare la fine della civiltà: un argomento irresistibile, ammesso che sia necessario, a favore dei libri come oggetti fisici nell'epoca digitale.

Nel caos letterario del futuro digitale, i lettori si lasceranno guidare dai colophon di editori con buona reputazione, riconoscibili grazie a una guida multilingue su scala mondiale, funzione che Google sembra pronta a far propria – con la cooperazione, si spera, delle grandi biblioteche nazionali e universitarie e dei loro qualificati bibliografi, con regole rivedute dei diritti d'autore mondiali che si conformino alla portata della rete mondiale di Internet. Altri titoli saranno anche collegati ai siti web personali di autori ed editori e ad attendibili siti specializzati, dove biografie di Napoleone o manuali di addestramento dei cani saranno valutati da critici competenti o scaricati direttamente dall'autore o dall'editore all'utente finale, mentre il software diffonderà l'appropriato prezzo d'acquisto bypassando le formule tradizionali. E, limitate le spese d'inventario, di spedizione e di rese, i lettori pagheranno meno, gli autori guadagneranno di più e gli editori librari, sbarazzatisi della loro superflua infrastruttura, sopravviveranno e forse prospereranno.

Questo futuro è una prevedibile inferenza dalla digitalizzazione nella sua attuale fase di sviluppo negli Stati Uniti, i cui particolari sono ampiamente discussi nella blogosfera da partigiani di differenti conseguenze, compresa la fantasia utopistica di un futuro digitale in cui i contenuti saranno gratuiti e gli autori non avranno di che mangiare.

La digitalizzazione favorirà una diversità senza precedenti di nuovi contenuti specializzati in molte lingue. Tra gli odierni editori generici, i più capaci di adattarsi sopravviveranno alla ridondanza della loro infrastruttura tradizionale. Ma la digitalizzazione ha già prodotto editori specializzati che occupano una varietà di nicchie abitate da piccoli gruppi di redattori che hanno fatto le stesse scelte, forse non nello stesso ufficio o neppure nello stesso paese, come già sono decentralizzate le aziende di software, con uno staff in California che collabora online con colleghi a Bangalore e a Barcellona.

Il difficile e solitario lavoro della creazione letteraria esige tuttavia un raro talento individuale e nella narrativa non è fatto quasi mai in collaborazione. Il networkingsociale può rivelare ai lettori questo o quel libro, ma viola la solitudine necessaria alla creazione di mondi artificiali con personaggi reali. Finché non sia pronto a mostrarla a un amico fidato o a un redattore, l'opera in progress di uno scrittore è intensamente privata. Dickens e Melville scrissero in solitudine sulla carta e con delle penne; e lo stesso vale, tranne il fatto che hanno usato macchine da scrivere o computer, per le centinaia di autori con cui ho lavorato nel corso di molti anni.

Nelle culture prealfabete, le grandi saghe e le grandi epopee furono necessariamente creazioni collettive affidate alla memoria tribale e cantate per generazioni con la supervisione di sacerdoti. Con l'invenzione dell'alfabeto, gli autori non dipesero più dalla memoria della comunità, ma conservarono le loro opere sulla pietra, sui papiri o sulla carta. Nei tempi moderni, i progetti collettivi si limitano in massima parte a complessi testi di consultazione, di cui Wikipedia è un esempio. Benché ilnetworking collettivo non debba produrre un altro Dickens o un altro Melville, il Web è già una straordinaria risorsa per gli scrittori, fornendo comodamente online una grande varietà di materiali di consultazione aggiornati, di dizionari, di riviste, eccetera, istantaneamente e ovunque, disponibile per abbonamento o gratuitamente, come Google o Wikipedia. La maggior parte dei materiali di consultazione suscettibili alle ingiurie del tempo non ha più bisogno di essere stampata e rilegata.

Gli scritti critici informati di grande qualità su temi generali saranno rari e necessari come sempre e sopravviveranno, come è successo fino a oggi, a stampa oppure online per lettori esigenti. Opere di genio emergeranno da parti del mondo dove sinora i libri sono appena penetrati, come dopo Gutenberg emersero da angoli bui e silenziosi d'Europa. La stampa di Gutenberg, però, non diede all'Europa, con i suoi rigidi confini culturali, una lingua comune. La digitalizzazione può determinare un esito assai differente, offrendo un accesso mondiale a testi scientifici e letterari nelle lingue maggiori: Roma redux, mentre i traduttori troveranno moltissimo lavoro.

Il costo d'ammissione per i futuri editori sarà minimo, richiedendo soltanto il mantenimento del gruppo redazionale e dei suoi servizi di supporto immediato, ma senza la spesa dei servizi di distribuzione tradizionali e di una gestione a più strati. Piccoli editori fanno già affidamento per le loro necessità su servizi esterni quali l'amministrazione aziendale, l'ufficio legale, la contabilità, il design, la correzione delle bozze, la pubblicità, eccetera, mentre Internet fornirà vitali occasioni di pubblicità già preannunciate da YouTube e Facebook. Il FINANZIAMENTOdegli anticipi per gli autori potrà essere fornito da investitori esterni che sperano in un profitto, come già avviene per i film e gli spettacoli teatrali. Il passaggio da una complessa gestione centralizzata a unità redazionali semiautonome è già evidente in alcuni conglomerati (per esempio Nan A. Talese in Random House e Jonathan Karp in Hachette), una tendenza che si rafforzerà con lo sbiadire delle società madri. Se i conglomerati resistono alle richieste esorbitanti di autori di bestseller, i cui libri dominano prevedibilmente le classifiche dei più venduti, tali autori, con l'aiuto di agenti e di consulenti amministrativi, diventeranno editori di se stessi, trattenendo per sé tutti i ricavi netti delle vendite digitali come di quelle tradizionali. Con la Espresso Book Machine, anche intraprendenti librai al dettaglio possono diventare editori come i loro antenati settecenteschi.

I diritti territoriali tradizionali diventeranno superflui e una convenzione uniforme sul diritto d'autore a livello mondiale sarà fondamentale. Proteggere i contenuti dalla condivisione non autorizzata dei file rimarrà un problema spinoso che suscita seri interrogativi sulla persistenza del ruolo di autore, poiché senza protezione gli autori patiranno la fame e la civiltà decadrà, una prospettiva riconosciuta dalla Costituzione degli Stati Uniti, che postula la necessità di provvedimenti in sostegno degli scrittori, non precipuamente per una questione di equità, ma per il bene superiore del progresso intellettuale della collettività.

Certi musicisti compensano la perdita di diritti d'autore dando concerti, vendendo T-shirt o accompagnando spot pubblicitari. Per gli scrittori non esiste una soluzione equivalente. I perfezionamenti dell'attuale software per la gestione dei diritti digitali, intesi a bloccare la condivisione dei file, saranno in conflitto costante con gli scaricatori di file che si sottraggono al pagamento per se stessi e per i loro amici, spesso nella perversa convinzione che "i contenuti devono essere gratuiti" – proprio come il software antivirus è impegnato in un conflitto persistente con gli hacker. La condivisione di file non autorizzata sarà un problema, ma non, a mio parere, un problema grave, forse allo stesso livello del fatto che biblioteche e singoli lettori hanno sempre condiviso i libri con altre persone.

Queste e altre soluzioni emergeranno al momento opportuno in risposta alle singole necessità, come accade di solito per soluzioni di tal genere. È tuttavia futile in questa fase iniziale anticipare nei particolari il nuovo paesaggio editoriale o specificare la velocità dell'evoluzione, che sarà sporadica e complessa, o il ruolo futuro degli editori tradizionali, poiché la digitalizzazione avanza su un fronte frastagliato e diversificato, mentre editori, scrittori e lettori s'adattano di conseguenza. La distribuzione nel tempo risulterà evidente solo a posteriori.

Sinora ho tentato di prevedere il futuro digitale solo in termini strumentali. Ma c'è anche una dimensione morale, dato che la nostra è una specie turbolenta con una lunga storia di autodistruzione. L'industria avviata da Gutenberg rese possibile l'ampia distribuzione di Montaigne, Shakespeare e Cervantes, per non parlare diBabar l'Elefante e del Gatto nel cappello. Ma la sua tecnologia ci ha dato ancheMein Kampf, I protocolli dei savi di Sion e le assurdità che a Parigi tramutarono Pol Pot da semplice pazzo in assassino di massa. La digitalizzazione amplificherà il meglio della nostra natura, ma anche il suo diabolico opposto. La censura non è una risposta a tali mali.

Il contenuto digitale è fragile. La sicura conservazione fisica dei libri, salvandoli quindi da intromissioni elettroniche, da predatori e dai rischi dell'immagazzinamento elettronico, è quindi essenziale. La recente cancellazione arbitraria da parte di Amazon di 1984 di Orwell, su richiesta fatta al suo editore da utenti di Kindle che lo avevano scaricato, suggerisce quanto sia facile cancellare dei file senza preavviso o senza permesso, rischio inevitabile della distribuzione elettronica.2 In Danimarca la musica scaricata in abbonamento si autodistrugge quando l'abbonamento scade. Lo stesso accade al mio abbonamento annuo all'Oxford English Dictionary, a meno che io non lo rinnovi. Molti altri materiali di consultazione che sono solitamente sensibili al trascorrere del tempo e che per questa ragione non devono mai essere stampati e rilegati sono già venduti per abbonamento rinnovabile. Se oggi io fossi un editore, prenderei in considerazione un modello di noleggio rinnovabile per tutti gli scaricamenti di e-book – la stessa tecnica della biblioteca circolante nel periodo della Depressione – che rispecchia in maniera più precisa il rapporto condizionale, imposto dal software della gestione dei diritti digitali, fra il fornitore di contenuti e l'utilizzatore finale.

Vorrei aggiungere qualche parola sul mio interesse personale per la digitalizzazione. Sin dall'inizio della mia carriera sono stato ossessionato dal problema della conservazione e della distribuzione del catalogo – quei libri, pubblicati in precedenza e ancora disponibili, che sono componente indispensabile della stabilità di un editore e, tutti assieme, il ricettacolo della civiltà. In questo senso è lecito dire che l'editoria libraria è qualcosa di più di un'industria. Senza i contenuti delle nostre biblioteche – del nostro catalogo collettivo, della nostra memoria culturale – la nostra civiltà crollerebbe.

Verso la metà degli anni Ottanta cominciai a rendermi conto della grave erosione dei cataloghi editoriali, quando ogni mese venivano lasciate cadere moltitudini di titoli che si muovevano lentamente pur essendo ancora vitali. Due erano le ragioni: un cambiamento del diritto tributario che non permetteva più di detrarre come spese l'esistente inventario dei libri invenduti; ma, cosa più importante, la scomparsa, man mano che gli americani lasciavano le città per trasferirsi nei suburbi, di centinaia di librerie indipendenti ben rifornite e radicate nella città, e la loro sostituzione con catene di punti vendita nei centri commerciali suburbani che pagavano lo stesso affitto del negozio di calzature della porta accanto occupando lo stesso spazio minimo e richiedendo lo stesso rapido turnover.

Questo mutamento demografico rivoluzionò radicalmente il commercio librario poiché i dettaglianti, non potendo più tenere un ricco catalogo, chiedevano ora un grande turnover, spesso di titoli effimeri. Gli autori di bestseller, la cui fedeltà ai propri editori era stata precedentemente la norma, erano divenuti delle specie difiches in un CASINÒ dove si punta forte: una manna per gli autori e gli agenti con i loro enormi e irrecuperabili anticipi sui diritti, e un incubo per gli editori che corrono tutti i rischi e possono dirsi fortunati se recuperano le spese. Intanto i cataloghi continuavano a declinare. Le case editrici più piccole, impossibilitate a correre tali rischi, si sono fuse con le più grandi, e le più grandi sono finite fra le braccia degli odierni conglomerati.

Per controbilanciare il declino dei cataloghi, io lanciai a metà degli anni Ottanta il Reader's Catalog, una libreria indipendente in forma di catalogo da cui i lettori potevano ordinare 40.000 titoli. Esisteva già Internet, ma non era stato ancora commercializzato. Il Reader's Catalog ottenne un immediato successo, confermando la mia fede nell'esistenza di un forte mercato mondiale per titoli fuori catalogo. Io però avevo sottovalutato il costo del rispondere a ordinazioni individuali, e arrivai a concludere, con i miei finanziatori, che se avessimo continuato le nostre perdite sarebbero divenute insopportabili. Internet era ora disponibile commercialmente. Amazon approfittò coraggiosamente di questo, e all'inizio subí quelle stesse perdite che io avevo temuto. Ma a quel punto incominciai a sentir parlare di digitalizzazione e della parola di moda collegata, disintermediazione, il cui significato era che gli editori potevano ora pensare a mettere in commercio un elenco praticamente illimitato di opere del loro catalogo senza giacenze fisiche, spese di spedizione o rese di copie invendute. I clienti avrebbero pagato in anticipo i loro acquisti. Ciò significava che persino i servizi automatizzati di spedizione di Amazon sarebbero stati bypassati alla lunga dall'inventario elettronico. Ciò accadeva venticinque anni fa. Ora la digitalizzazione sta soppiantando l'editoria fisica proprio come avevo immaginato che sarebbe avvenuto.

Congegni multiuso, relativamente poco costosi, attrezzati con applicazioni per la lettura allargheranno il mercato degli e-book e potrebbero favorire nuove forme letterarie come i romanzi giapponesi per cellulare. Neonate rivoluzioni favoriscono spesso le fantasie utopistiche finché non si riaffermano le esigenze della natura umana. Sebbene certi blogger prevedano una varietà di progetti collettivi e nuovi modi di espressione letteraria, la forma letteraria è stata straordinariamente conservatrice nel corso della sua lunga storia, mentre l'atto della lettura detesta distrazioni come gli abbellimenti basati sul Web – accompagnamento musicale, animazione, commenti critici e altri metadati – che alcuni profeti dell'era digitale preconizzano come redditizie attività secondarie per i fornitori di contenuti.

La più radicale di tali fantasie postula che i contenuti della nube digitale si fonderanno o verranno fusi – si "riduranno in poltiglia" – sino a formare un'unica, comune, autonoma intelligenza, un solo libro che tutti li comprenda o un cervello collettivo che riproduca elettronicamente su scala universale le sinergie manifestatesi spontaneamente nelle menti individuali. Respingere una nuova ardita ipotesi – la rotondità della Terra, la sua rotazione intorno al Sole – è sempre un rischio, ma qui il rischio è minimo. Il nichilismo – il disinvolto disprezzo per i testi – implicito in questa brutta fantasia è tuttavia disturbante come prova di un impoverimento culturale,3 più offensivo del presupposto – ma non privo di rapporti con esso – dei massimalisti degli e-book, secondo i quali autori che passano mesi e anni alla scrivania non esigeranno copie fisiche come prova della loro fatica e come speranza in una posterità.

L'enorme mercato mondiale per contenuti digitali non è, tuttavia, una fantasia. Sarà vastissimo, assai diversificato e molto sorprendente; è inimmaginabile il suo impatto culturale. Gli e-book saranno un fattore significativo di questo incerto futuro, ma i libri veri e propri, stampati e rilegati, continueranno a essere l'insostituibile deposito della nostra saggezza collettiva.

Devo dichiarare la mia parzialità. Il mio appartamento è cosí pieno di libri dal pavimento al soffitto che devo pensarci due volte per capire dove metterne ancora un altro. Se per qualche incidente inimmaginabile tutti questi libri si dissolvessero nell'aria lasciando nudi i miei scaffali a parte un elenco per memoria di file digitali, vorrei dissolvermi anch'io, poiché i libri sono la mia vita. Dico questo per farvi conoscere il presupposto con cui celebro l'inevitabilità della digitalizzazione come un accrescimento inimmaginabilmente potente, ma infinitamente fragile, dell'alfabetizzazione mondiale da cui noi tutti – lettori e non lettori – dipendiamo.

(Traduzione di Ettore Capriolo)

1 . Un progetto che io ho contribuito a fondare. Si tratta di macchinette in grado di "scaricare", stampare e rilegare un libro entro brevissimo tempo e a costo molto contenuto.

2. Vedi anche il più recente tentativo di Amazon di bloccare le vendite di libri da parte di un'importante casa editrice per un dissenso riguardante il prezzo.

3 Per un'analisi critica di questa teoria, si veda J. Lanier, You Are Not a Gadget: A Manifesto, New York, Knopf, 2010, pp. 26, 46.

JASON EPSTEIN, cofondatore della New York Review of Books e, con Edmund Wilson, della casa editrice Library of America, è stato direttore della Random House. Da giovane redattore della Doubleday, ha lanciato sul mercato americano le versioni economiche dei libri. È noto ai lettori italiani come autore di Il futuro di un mestiere. Libri reali e virtuali (Bonnard, 2001).