Elogio della lettura
Corrado
Bevilacqua
ELOGIO
DELLA LETTURA
A
proposito di libri, autori, lettori, editori, critici
Introduzione di Pierluigi Olivi
Prefazione di Luigi Bello
Traduzione di Corrado Bevilacqua
Prefazione di Luigi Bello
Traduzione di Corrado Bevilacqua
Omaggio
per i lettori di
Il
vizio della lettura di Edith Wharton
Prefazione
Edith Wharton non era una
donna che le mandasse dire. Se aveva qualcosa da dire, lo diceva. Il
saggio The Vice of Reading dovette far incazzare qualcuno. Qualcun altro può aver pensato che era meglio fingere che
non l'avesse mai scritto. Questo atteggiamento è di grande
attualità. Nessuno infatti dei nostri grandi critici, nonostante la pagina
dedicata al saggio da Repubblica, gli articoli di Maurizio Assalto su la Stampa, di Robeto Lamantea su La Nuova Venezia e il pezzo apparso su Il Gazzettino, sembra essersi accorto della
pubblicazione in italiano del saggio di Edith Wharton a 113 dalla sua pubblicazione in
USA. Mi chiedo quali ricerche su Edith Wharton abbiano fatto i nostri
americanisti, quando io l'ho trovato cliccando su Google. Pierluigi
Olivi lo trovò in Spagna! In Italia, ciccia! Tornato in Italia,
Pierluigi mi venne a trovare e, come racconto qui sotto, mi parlò del saggio. Pierluigi pensava di proporre la sua
pubblicazione a qualche editore italiano. Detto fatto. Nessuno degli
editori interpellati, però, rispose positivamente. Così decidemmo
di pubblicarlo noi. Un lavoro fatto in casa con la collaborazione
del pittore Luigi Gardenal che ha disegnato la copertina del libro: una
copertina degna di un libro di Edith Wharton. Fu così che diventammo
editori. Io mi assunsi l'incombenza di tradurre il saggio della
Wharton.
I
La
presentazione del libro di Edith Wharton, Il vizio della lettura, era
alle 18 alla Galleria Bugno, in campo san Fantin, a Venezia. Io, dal
Fatebenefratelli dov'ero ricoverato a causa del morbo di Parkinson, per
arrivare a san Fantin, dovevo uscire almeno alle 17, andare a san
Marcuola, prendere il vaporetto della linea 1. Scendere a Rialto.
Tagliare per la Fenice.
La
prima che volta andai alla Fenice, fu da ragazzo. Davano la Quarta di
Malher. Uscito di casa, ero passato a prendere il mio amico Mario G. che
abitava vicino a me. Era pronto. Scese e andammo a prendere a san
Tomà il traghetto per sant'Angelo. I suoi amici ci aspettavano i
campo alla Fenice. Erano studenti del Conservatorio. Arrivati in
campo alla Fenice, Mario mi presentò loro. Entrammo. Destinazione
loggione. Fu un'esperienza indimenticabile. La musica di Gustav
Malher mi aveva inebriato. Conoscevo la Quarta di Malher. Possedevo
una bellissima incisione della Filarmonica di Berlino diretta da
Herbert von Karajan; ma sentirla dal vivo era tutta un'altra cosa.
Tamara,
la mia badante, arrivò al Fatebenefratelli alle 16, con una grande
borsa che conteneva i miei vestiti. Le avevo chiesto di portarmi una
giacca blu. Pantaloni grigio scuro, camicia colore azzurro chiaro,
cravatta regimental e il cappotto blu. Tamara aveva
portato tutto tranne il cappotto. Non entrava nella borsa. Ok. Avrei
indossato il mio "antigelo". Chiamavo così un cappotto di
tessuto idrorepellente, imbottito, capace di farti star caldo anche
al Polo Nord. Mi vestii lentamente. Passammo per la segreteria. Presi
il permesso d'uscire. Scendemmo al piano terra. Uscimmo dal
Fatebenefratelli e ci incamminammo verso san Marcuola.
Io mi sentivo in perfetta forma. Il Manzoni aveva raccontato nei Promessi sposi che il principe di Condé aveva dormito profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi. Io avevo cercato di adempiere il mio compito di traduttore meglio che potevo ed ora ero tranquillo. Alla eventuale critica di aver sacrificato lo stile brillante della Wharton a vantaggio dei contenuti, avrei potuto rispondere che era vero. L'avevo scritto nella nota di traduzione. Come avevo spiegato nella nota di traduzione, era stata una mia scelta. Edith Wharton, a mio modo di vedere aveva concepito il suo saggio come un pezzo di bravura nel quale ella duellava con i suoi avversari in punta di fioretto. Io le ho messo in mano una Durlindana.
Io mi sentivo in perfetta forma. Il Manzoni aveva raccontato nei Promessi sposi che il principe di Condé aveva dormito profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi. Io avevo cercato di adempiere il mio compito di traduttore meglio che potevo ed ora ero tranquillo. Alla eventuale critica di aver sacrificato lo stile brillante della Wharton a vantaggio dei contenuti, avrei potuto rispondere che era vero. L'avevo scritto nella nota di traduzione. Come avevo spiegato nella nota di traduzione, era stata una mia scelta. Edith Wharton, a mio modo di vedere aveva concepito il suo saggio come un pezzo di bravura nel quale ella duellava con i suoi avversari in punta di fioretto. Io le ho messo in mano una Durlindana.
Tutto
era cominciato nel marzo del 2014. Pierluigi era tornato dalla Spagna
dove aveva trascorso con la moglie Carla, l'inverno in una località
dove la temperatura non scendeva mai sotto i 14 gradi sopra lo zero e,
un pomeriggio, m'era venuto a trovare a casa. C'erano anche Alberto e
Gigi. quasi
ogni settimana, ci trovavamo a casa mia a prendere il caffè. Io
scherzosamente dicevo che "facevamo cellula", ricordando
gli anni in cui tutti e quattro militavamo in Avanguardia operaia,
quindi, in Democrazia proletaria. Io avevo lavorato al quotidiano dei
lavoratori che era il quotidiano di Ao, uno dei tre quotidiani di
quella che allora si chiamava "sinistra rivoluzionaria".
II
La
redazione centrale del qdl era a Milano, in via Bonghi 4. Per
arrivarci dal Duomo, occorreva prendere il jumbo tram n.15. Il tram costeggiava le Colonne di San Lorenzo, passava Porta
Ticinese, percorreva Corso di Porta Ticinese, via San Gottardo,
via Meda. Scendevi all'ultima fermata di via Meda, attraversavi la
strada ed eri arrivato. Il qdl aveva la redazione al secondo piano di
una "casa a ringhiera". In cortile c'era un'officina
meccanica. Al primo piano, c'era un cappellificio.
La
redazione era costituita da un lunghissimo corridoio. A sinistra,
entrando in corridoio, si aprivano le porte degli uffici dei vari
servizi. Il centralino aveva il suo ufficio all'entrata della
redazione. Patrizietta - che era chiamata così sia perché era
fisicamente minuta sia per distinguerla dalla Patrizia
dell'amministrazione detta Patriziona, e dalla Patrizia della
spedizione che era detta la Patrizia di Bobo che era il suo uomo - era la prima ad arrivare in redazione al mattino. Poi, arrivava
Carla, la segretaria di redazione che abitava a Cinisello Balsamo la Stalingrado d'Italia;
poi, normalmente, arrivavo io, giusto in tempo per bere il secondo
caffè del giorno e fumare la terza sigaretta.
Il
primo caffè lo bevevo nel bar vicino a casa. E, bevendo
il caffè, fumavo la prima sigaretta. Fumavo la seconda sigaretta
aspettando il 15 in via Broletto. Fumavo la terza sigaretta bevendo
il mio secondo caffè con Carla. Bevuto il caffè, ritornavamo in
redazione e cominciavamo a lavorare.
La tipografia del quotidiano era a Ponte Sesto di Rozzano. Per arrivarci, uscivi dal qdl, giravi a sinistra, prendevi lo stradone di Gratosoglio e proseguivi seguendo la segnaletica stradale. Non so chi avesse avuto una simile idea. L'ubicazione della tipografia era estremamente fuori mano e un fattorino faceva la spola fra redazine e tipografia.
In
una redazione di quotidiano, è buona norma non credere mai di aver
finito di lavorare. Sul più bello, quando stai per chiudere, arriva
la notizia bomba e, in quegli anni si trattava di bombe vere,
attentati a persone, sparatorie, scontri di piazza. Accadeva perciò,
che, passati i pezzi, mi mancava spesso il tempo per fare i titoli.
Così, prendevo le fotocopie dei pezzi che avevo mandato in
tipografia e andavo in tipografia a fare i titoli direttamente con il
titolista. Mi mettevo in piedi accanto a lui e cominciavo. Apertura
di due. 3 righe su 6 colonne, corpo 36 tondo, nero. Occhiello corpo 18,
corsivo chiaro. Il titolista mi guardava come pensasse: "Vediamo
cosa inventi". Quasi sempre non sbagliavo un titolo. I titoli
entravano perfettamente nello spazio loro assegnato.
Fatti
i titoli, aspettavo il proto che mi portava a casa. A Milano abitavo da un'amica di famiglia rimasta vedova con un figlio che frequentava le scuole medie. Lei, Maria, abitava in zona Monumentale. Precisamente, tra il Monumentale e scalo Farini. Per andare al lavoro prendevo due tram. Il 12 fino in via Broletto, dietro il Duomo e il 15 per il tratto successivo. Tornavo a Venezia ogni sabato sera. Al lunedì mattina ripartivo da Venezia per Milano con il rapido delle 6,55. Arrivato a Milano, prendevo la Metropolitana fino in Cordusio. Uscivo. Prendevo il 15 e arrivavo a destinazione. A volte, prima di prendere il 15, facevo un giro nella Libreria Rizzoli in Galleria.
Io avevo sempre odiato l'automobile. A volte, se non poteva portarmi fino a casa, il proto mi mollava al Ponte della Ghisolfa. Il proto abitava a Cusano Milanino e mi toccava fare un bel pezzo di strada a piedi, prima di arrivare in via generale Govone, svoltare in via Gran Sasso e vedere le luci del bar dove alla mattina avevo preso il caffè. Io cercavo di fare meno rumore che potevo, ma neanche a farlo apposta, non facevo tempo a infilare la chiave nella toppa, che sentivo da dentro casa la voce di Maria che mi chiedeva: "Sei tu, Corrado?" Si ero io. Poi aggiungeva: "Hai mangiato?", Rispondevo di sì anche se non era vero. "Notte" facevo io. "Notte" ribatteva lei.
Io avevo sempre odiato l'automobile. A volte, se non poteva portarmi fino a casa, il proto mi mollava al Ponte della Ghisolfa. Il proto abitava a Cusano Milanino e mi toccava fare un bel pezzo di strada a piedi, prima di arrivare in via generale Govone, svoltare in via Gran Sasso e vedere le luci del bar dove alla mattina avevo preso il caffè. Io cercavo di fare meno rumore che potevo, ma neanche a farlo apposta, non facevo tempo a infilare la chiave nella toppa, che sentivo da dentro casa la voce di Maria che mi chiedeva: "Sei tu, Corrado?" Si ero io. Poi aggiungeva: "Hai mangiato?", Rispondevo di sì anche se non era vero. "Notte" facevo io. "Notte" ribatteva lei.
Al
quotidiano ero responsabile dei servizi interni e cronaca. Io feci
presente che con quel genere di organizzazione io mi vedevo costretto
a sacrificare metodicamente la cronaca ed era un peccato perché
avevamo redazioni in tutta Italia. Le più attive erano quelle di
Roma, Napoli e Torino. La più pretenziosa era la redazione romana
che aveva sede in via Cavour. I compagni di Roma si credevano
l'ombelico dell'universo. La più casinista era quella di Napoli con
Francesco e Giacomino. Litigavano in continuazione. Se parlavo con
Francesco, non potevo chiedere a Francesco di passarmi Giacomino, e
viceversa. Inoltre erano logorroici. Mandavano pezzi sempre più
lunghi del previsto. Così, decisi di tagliare corto. O li mandavano
giusti o non li pubblicavo. Alla fine, decisero di scorporare la
cronaca dagli interni e la assegnarono a Lella.
Ogni
servizio faceva gruppo a sé. Ciò valeva in particolare per le
compagne del sindacale. Lella, Liliana, Erica e Maria Teresa. Maria Teresa o Mtr come si firmava, era un'insegnante in pensione che si
occupava di scuola, sanità e pubblico impiego e ce l'aveva a morte
con Elio Giovannini, il quale era all'epoca membro della "sinistra sindacale"
e si occupava di pubblico impiego. Per le compagne del sindacale
quello che diceva il partito era legge. Affatto
diverso era il mio atteggiamento. I miei tempi erano differenti dai
tempi del partito. Io dovevo fare un giornale; detto brutalmente,
dovevo "stare sulla notizia" e, se occorreva, dovevo
inventarla. Non potevo aspettare che si riunisse il CC o l'UP del
partito per commentare ciò che accadeva nel nostro paese nel campo
della politica.
Nel
fare questo, cercavo di essere il più obbiettivo possibile; malgrado
ciò, ero accusato spesso di settarismo. Questa accusa mi venne
rivolta ancora più frequentemente, quando passai a dirigere i servizi culturali che comprendevano la terza pagina,la pagina della cultura e quella degli spettacoli che erano accorpate in un unico servizio. In realtà, a quell'epoca eravamo
tutti un po' settari. La Nuova sinistra era divisa in gruppi e
gruppetti. Per noi di AO, quelli di LC erano dei "movimentisti".
Per loro, noi eravamo dei "professorini della lotta di classe".
Ricordo una canzone che faceva: "Avanguardo, avanguardo, oltre
il muro va il tuo sguardo, c'hai il progetto, c'hai la linea.."
C'erano i "manifestini" stretti attorno a mamma chioccia; al secolo Rossana Rossanda, Valentino Parlato, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Lucio Magri; c'era la galassia elleemme. C'erano di quelli di Potere operaio. C'erano
quelli di "servire il pollo". Il salto di qualità avvenne
quando le Brigate Rosse pensarono fosse arrivato il momento di passare alla
lotta armata per dare la "spallata" allo stato. Come scrisse lo storico britannico Paul Ginsborg, per le Br, "the principal danger was no longer Gaullism, but social democracy, that's PC". Le Br erano nate da una costola del PCI. A leggere i loro documenti, sembrava di leggere il "manuale del colpo di stato" pubblicato da Pietro Secchia sull'Unità, nei giorni dell'attentato a Togliatti compiuto da un giovane di destra, un tal Pallante. Alle Br si affiancarono, poi, quelli di Prima
linea. Molto è stato scritto sulla storia del quello che è stato scritto è mero ciarpame. Un giorno, il
qdl chiuse per debiti. Io ritornai a Venezia.
Trascorrevo le giornate a caso. Se non pioveva andavo alle Zattere a veder passare le navi. Mi riempivo le tasche di libri che comperavo alla libreria Al Fontego e che finivano sulla immancabilmente sulla cassapanca accanto al letto. Verso sera mi imbucavo "Al volto" dove trovavo sempre qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Un giorno, mi mi telefonò un amico. Era stato appena nominato direttore d'un settimanale che aveva alle spalle una lunga e gloriosa storia, ma necessitava d'una scossa ed egli aveva pensato a me. Mi espose la sua idea. Mi chiese se me la sentivo. Perché no? - pensai fra me e me. Risposi che potevo provare.
- Quando si comincia? - chiesi.
- Subito - rispose lui.
Feci la valigia e ripartii.
Cadde il Muro di Berlino. Cadde Gorbaciov. Andò al potere Eltsyn. In America inizio l'era Clinton. Io pubblicai La stufa di Cartesio. Ho visto che Amazon lo vende a 14 euro. Qualche anno dopo, conobbi Joan. Joan era made in USA. Eravamo stati assieme per dodici anni che erano passati in un lampo. Un giorno scoprii d'essere ammalato di Parkinson. Joan mi lasciò con una email di nove parole: "Dear Corrado, I think it's time for a change". Qualche tempo dopo, venni a sapere da una sua amica, che s'era sposata. La traduzione del saggio di Edith Wharton è, per certi versi, frutto della nostra relazione che mi ha permesso d'imparare l'americano.
Trascorrevo le giornate a caso. Se non pioveva andavo alle Zattere a veder passare le navi. Mi riempivo le tasche di libri che comperavo alla libreria Al Fontego e che finivano sulla immancabilmente sulla cassapanca accanto al letto. Verso sera mi imbucavo "Al volto" dove trovavo sempre qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Un giorno, mi mi telefonò un amico. Era stato appena nominato direttore d'un settimanale che aveva alle spalle una lunga e gloriosa storia, ma necessitava d'una scossa ed egli aveva pensato a me. Mi espose la sua idea. Mi chiese se me la sentivo. Perché no? - pensai fra me e me. Risposi che potevo provare.
- Quando si comincia? - chiesi.
- Subito - rispose lui.
Feci la valigia e ripartii.
Cadde il Muro di Berlino. Cadde Gorbaciov. Andò al potere Eltsyn. In America inizio l'era Clinton. Io pubblicai La stufa di Cartesio. Ho visto che Amazon lo vende a 14 euro. Qualche anno dopo, conobbi Joan. Joan era made in USA. Eravamo stati assieme per dodici anni che erano passati in un lampo. Un giorno scoprii d'essere ammalato di Parkinson. Joan mi lasciò con una email di nove parole: "Dear Corrado, I think it's time for a change". Qualche tempo dopo, venni a sapere da una sua amica, che s'era sposata. La traduzione del saggio di Edith Wharton è, per certi versi, frutto della nostra relazione che mi ha permesso d'imparare l'americano.
III
Entrò
Tamara con il caffè e una torta di mele che profumava ancora di
forno. Gigi mi chiese se avevo finito il mio libro su Venezia.
Risposi che era già in rete. Lo poteva trovare nel sito http://www.academia.edu con il titolo Renovatio urbis venetiarum.
-
Guarderò - disse Gigi servendosi una fetta di torta. - Parli anche
delle grandi navi? - chiese Gigi
- No
- risposi - Ne parlo di striscio. In compenso maltratto abbastanza il
Consorzio Venezia Nuova. Erano costretti a pagare i politici perché
il loro progetto non avrebbe mai funzionato. Poi, sorridendo, poiché conoscevo il suo passato da Verde: aggiunsi:
- Ne ho detto quattro anche agli ecologisti. E' dal 1966 che la città attende un progetto verde, ma i Verdi non erano stati capaci di elaborarne uno. Tutto è passato per il dipartimento di idraulica di Padova. Quello del Vaiont. Dopo Longarone volevano distruggere Venezia.
- Ne ho detto quattro anche agli ecologisti. E' dal 1966 che la città attende un progetto verde, ma i Verdi non erano stati capaci di elaborarne uno. Tutto è passato per il dipartimento di idraulica di Padova. Quello del Vaiont. Dopo Longarone volevano distruggere Venezia.
-
Perché? - chiese Pierluigi incuriosito.
-
Semplice - risposi - Odiano la bellezza. Non la capiscono.
In
realtà, la salvaguardia di Venezia era sempre stata un pretesto per
spillare soldi allo stato. Erano stati fatti centinaia di convegni.
Erano stati presentati centinaia di progetti per "salvare
Venezia", ma tutto era finito, come aveva scritto Wladimiro
Dorigo, in "una laguna di chiacchiere".
- Il progetto di barriere mobili del Consorzio Venezia copia il progetto con il quale, nel 1970, la Tecnomare aveva vinto un concorso in. appalto.
Pierluigi
ci aveva parlato di un saggio di Edith Wharton che aveva trovato in
Spagna. Il saggio parlava di scrittori, lettori, editori. Su Internet, aveva cercato
l'edizione italiana, ma non l'aveva trovata. Fu così che lentamente
s'era formata in lui l'idea di farsi promotore della pubblicazione
del saggio in italiano, come regalo di Natale per gli amici.
IV
Pierluigi mi aveva mandato via
email, il testo originale del saggio di Edith Wharton. Avevo aperto
il file e avevo cominciato a leggere,
The
Vice of Reading. Gli americani e gli inglesi avevano l'abitudine di prendere un verbo all'infinito, di aggiungervi la desinenza ing e di usarlo come sostantivo. Oppure, prendevano un sostantivo, per esempio fish, pesce. Lo trasformavano in verbo: to fish, pescare, aggingevano ing e lo trasformavano in infinito sostantivato e lo usavano come sostantivo. Egli vive di pesca diventava He lives on fishing = del pescare. "Reading", da to read, poteva essere tradotto sia con
"leggere" che con "lettura". A me piaceva
"leggere", ma visto che Pierluigi me ne aveva parlato
chiamandolo "Il vizio della lettura", pensai che non era il
caso di perdere tempo con una discussione sul titolo. Il vero
problema era rappresentato dalla traduzione del saggio.
Il
testo della Wharton era fortemente polemico. Ella paragonava la
diffusione del sapere all'avvento della macchina a vapore e al
suffragio universale. La diffusione del sapere a sua volta aveva
portato con sé un nuovo vizio: il vizio della lettura, aggiungendo
acida che: "No vices are so hard to eradicate as those which are
popularly regarded as virtues. Among these the vice of reading is
foremost" e, continuava, "it already ranks with such
seasoned virtues as thrift, sobriety, early rising and regular
exercise. There is, indeed, something peculiarly aggressive in the
virtuousness of the sense-of-duty reader. By those who have kept to
the humble paths of" precept he is revered as following a
counsel of perfection. "I wish I had kept up my reading as you
have," the unlettered novice declares to this adept in the
supererogatory; and the reader, accustomed to the incense of
uncritical applause, not unnaturally looks on his occupation as a
noteworthy intellectual achievement."
Il brano, tradotto letteralmente veniva fuori così:
" Non ci sono vizi così difficili da sradicare, come quelli che vengono comunemente considerati delle virtù. Il primo tra questi è il vizio della lettura "; e, continuava, "Esso si colloca già tra delle consolidate virtù come la parsimonia, la sobrietà, le levatacce e il regolare esercizio fisico. C'è qualcosa di particolarmente aggressivo nella virtuosità del lettore che considera la lettura come un dovere morale ed è venerato da coloro che continuano a percorrere gli umili sentieri come colui che ha seguito un consiglio di perfezione. "Vorrei aver tenuto il passo con la lettura, come voi avete fatto, dichiara il novizio illetterato a questo zelante esperto; e il lettore, abituato a l'incenso di applausi acritici, guarda non innaturalmente la sua attività professionale come una conquista intellettuale degna di nota."
Il brano, tradotto letteralmente veniva fuori così:
" Non ci sono vizi così difficili da sradicare, come quelli che vengono comunemente considerati delle virtù. Il primo tra questi è il vizio della lettura "; e, continuava, "Esso si colloca già tra delle consolidate virtù come la parsimonia, la sobrietà, le levatacce e il regolare esercizio fisico. C'è qualcosa di particolarmente aggressivo nella virtuosità del lettore che considera la lettura come un dovere morale ed è venerato da coloro che continuano a percorrere gli umili sentieri come colui che ha seguito un consiglio di perfezione. "Vorrei aver tenuto il passo con la lettura, come voi avete fatto, dichiara il novizio illetterato a questo zelante esperto; e il lettore, abituato a l'incenso di applausi acritici, guarda non innaturalmente la sua attività professionale come una conquista intellettuale degna di nota."
Non contenta, la Wharton continuava la sua polemica picchiando ancora più duro. "Reading deliberately undertaken -- what may be called volitional reading -- is no more reading than erudition is culture. Real reading is reflex action; the born reader reads as unconsciously as he breathes; and, to carry the analogy a degree farther, reading is no more a virtue than breathing."
"La lettura deliberatamente intrapresa - ciò che può essere chiamata lettura volitiva - non è più lettura di quanto la cultura è erudizione. La vera lettura è un'azione riflessa, il lettore nato legge inconsciamente come respira, e, per portare l'analogia un grado più lontano, non c'è più virtù nella lettura che nella respirazione " .
"To
read is not a virtue; but to read well is an art, and an art that
only the born reader can acquire. The gift of reading is no exception
to the rule that all natural gifts need to be cultivated by practice
and discipline; but unless the innate aptitude exist the training
will be wasted. It is the delusion of the mechanical reader to think
that intentions may take the place of aptitude. It is
obvious that the mechanical reader, taking each book separately as an
entity suspended in the inane, must miss all the by-paths and
cross-cuts of his subject. He is like a tourist who drives from one
"sight" to another without looking at anything that is not
set down in Baedeker."
"Leggere non è una virtù, ma leggere bene è un'arte; un'arte che solo il lettore nato può acquisire. Il dono della lettura non fa eccezione alla regola di tutti i doni naturali che devono essere coltivati dalla pratica e dalla disciplina; ma se non esiste un'attitudine innata, l'allenamento sarà sprecato; è un'illusione del lettore meccanico pensare che le intenzioni possano prendere il posto dell'attitudine. Il lettore meccanico, prendendo ogni libro separatamente come un'entità sospesa nell'inane, perde [inevitabilmente] tutti i sentieri e i crocicchi del suo soggetto. Egli è come un turista che passa da un luogo all'altro, senza guardare tutto ciò che non si trova nel suo Baedeker".
Era evidente che tutto questo andava riscritto e messo in buon italiano senza aver la pretesa di imitare lo stile brillante della Wharton. Non si possono imitare i geni. Chiusi il file. Andai su Google. Cercai Edith Wharton, works. Cliccai Ethan Frome.
IV
In Ethan Frome Edith Wharton narra una straziante storia d'amore. Lo stile della Wharton è scarno, asciutto, essenziale. Non credo che la Wharton avrebbe potuto usare meno parole di quelle usate nel romanzo per fornirci la stessa quantità di informazione. Lasciai scorrere il testo. Mi fermai al capitolo ottavo. When Ethan...Il capitolo inizia con un flash back: When Ethan... Poi, qualche riga sotto, la Wharton riprende il filo del racconto da dove l'aveva lasciato alla fine del capitolo precedente: After Zeena's departure. Il capitolo precedente s'era concluso, infatti, con una scenata in cucina tra le due "rivali", la moglie di Ethan, Zeema, e la cugina di Ethan, Mattie, per via d'un piatto da portata in vetro che Mattie aveva rotto.
"Quando Ethan era ritornato a casa a causa della malattia del padre, la madre gli aveva dato, per uso personale, una piccola stanza dietro il "salotto buono" che non era mai usato. Qui, Ethan aveva inchiodato delle tavole di legno e ne aveva ricavato una biblioteca per i suoi libri; con delle assi di legno e un materasso s'era costruito un divano; aveva disposto le sue carte su una tavola da cucina; aveva appeso al grezzo intonaco della parete una stampa raffigurante Abramo Lincoln e un calendario con i "Pensieri dai poeti ", e, utilizzando questi suoi scarsi mezzi aveva cercato di creare qualcosa di simile allo studio d'un" ministro" che era stato gentile con lui e che gli prestato dei libri quando era a Worcester.
D'estate, egli si rifugiava ancora in quella stanza. Quando Mattie era andata ad abitare alla fattoria, egli aveva dovuto darle la sua stufa e di conseguenza la stanza era diventata inabitabile a causa del freddo nei mesi invernali. Egli usciva dal suo rifugio non appena la casa piombava nel silenzio, rotto soltanto dal respiro regolare proveniente dalla camera da letto dove dormiva Zeema, che lo assicurava che non ci sarebbe stata un'altra scenata come quella della cucina."
Questa scenata viene descritta dalla Wharton nel capitolo precedente. La Wharton, ora, riprende a narrare la storia, dopo il flash back iniziale.
Uscita Zeena della cucina, Ethan e Mattie erano rimasti in piedi, a guardarsi ammutoliti . Poi, Mattie era ritornata al suo consueto compito serale di pulire la cucina; Ethan aveva preso la sua lampada era uscito per il suo consueto giro serale. Quando Ethan ritornò, la cucina era vuota. La sua borsa per il tabacco e la sua pipa erano posate sulla tavola della cucina. Sotto di esse, c'era un pezzo di carta strappato dal retro d'un catalogo d'un venditore di semi sul quale erano scritte tre parole. "Non preoccuparti Ethan".
Entrato nel suo "studio" freddo e buio , Ethan posò la lampada sul tavolo. Si chinò sulla lampada e lesse più volte il messaggio di Mattie. Era la prima volta che Mattie gli scriveva, e l'avere ora nelle sue mani un biglietto di Mattie gli dava la sensazione che Mattie fosse in quella stanza con lui; nello steso tempo, il contatto con il biglietto di Mattie aumentava la sua angoscia perché gli ricordava che da quel momento in avanti, quello sarebbe stato l'unico loro modo di comunicare. Lui non avrebbe mai potuto gioire della vivacità del sorriso di Mattie, del calore della sua voce. Ma avrebbero potuto comunicare solo in quel modo assurdo: qualche parola su un freddo pezzo di carta.
I pensieri più diversi invasero la sua mente e si misero a cozzare l'un contro la'altro. Doveva consumare tutti i suoi anni al fianco di una donna acida e litigiosa? Perché rinunciare ad altre possibilità che la vita gli poteva offrire? Non s'era già abbastanza sacrificato per una donna stupida e ignorante come Zeena. A che cosa era servito? Lei era diventata cento volte più acida e scontenta della vita di quando l'aveva sposata. Il suo unico piacere era quello di fargli del male.
No. Non poteva continuare così, pensò. Il suo istinto di conservazione insorse contro quella situazione. Ethan si infagottò nel suo vecchio cappotto di procione e si distese sul divano. Egli senti un oggetto duro con una strana protuberanza penetrargli nella guancia. Era un cuscino regalatogli da Zeema per il loro fidanzamento. Era stato l'unico lavoro di cucito che l'avesse mai vista fare. Gettò il cuscino sul pavimento e appoggiò la testa al muro.
Ethan conosceva il caso di un giovane di circa la sua stessa età che abitava al di là ella montagna e che era scappato da una vita di miseria andando all'Ovest con la ragazza che amava. La moglie aveva divorziato. Lui s'era felicemente sposato con la ragazza. Ethan aveva incontrato la coppia l'estate prima a Shadd Falls, dove vivevano i loro parenti. La coppia aveva una bambina con dei riccioli biondi, che era vestita come una principessa e portava al collo un medaglione d'oro. Alla moglie che era stata abbandonata non era andata tanto male. Il marito le aveva dato la fattoria che lei era riuscita a vendere, e mettendo assieme i soldi della vendita della fattoria e quegli degli alimenti, aveva aperto un fiorente posto di ristoro a Bettsbridge.
L'esperienza di quella coppia, aveva acceso nella mente di Ethan un pensiero. Perché non avrebbe potuto partire con Mattie il giorno dopo, invece di lasciarla andare da sola? Avrebbe potuto nascondere la sua valigia sotto il sedile della slitta. Zeena sarebbe venuta a sapere della sua fuga solo dopo pranzo, quando sarebbe salita in camera per la consueta pennichella e avrebbe trovato la sua lettera d'addio sul letto.
Etan aveva i nervi a fior di pelle. Si alzò di scatto, accese la lampada. Sedette. Aprì il cassetto della tavola da cucina e rovistò dentro di esso cercando frettolosamente un foglio di carta. Trovato il foglio, lo stese sulla tavola e cominciò a scrivere.
"Zeema, ho fatto tutto quello che potevo per te, ma non è servito a nulla. Non dico che è colpa tua. La colpa non è né tua né mia, ma di entrambi, e credo che le cose andranno meglio per tutti e due se ci separiamo. Io andrò a cerare fortuna a Ovest. Tu puoi vendere sia la fattoria che il mulino e puoi pure tenerti il denaro.
A questo punto, Ethan cessò improvvisamente di scrivere. Se egli concedeva a Zeema tutte le sue proprietà, con che cosa avrebbe potuto rifarsi una vita? Se fosse stato da solo, avrebbe potuto trovare il modo di risolvere il suo problema anche lasciando a Zeema tutte le sue proprietà. Ma non era solo. C'era Mattie e Mattie dipendeva da lui. E, comunque, cosa sarebbe stato di Zeema? Quale sarebbe stato il suo destino?
Fattoria e mulino erano stati ipotecati al limite del loro valore, e anche se Zeema avesse trovato un compratore, difficilmente avrebbe potuto liberare le sue proprietà dalle ipoteche. Nel frattempo, come avrebbe potuto tirare avanti. Finora, era stato solo grazie a lui e al suo lavoro, che avevano avuto di che mangiare. Da sola e malferma di salute com'era, non ce l'avrebbe mai fatta. L'unica alternativa era quella di lasciar andare avanti Mattie da sola, anche se questo pregiudicava il loro futuro...." (traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)
Affatto diverso era lo stile di L'età dell'innocenza.
"Una sera di gennaio nei primi anni Settanta [dell'Ottocento], Cristine Nilsson stava cantando nel Faust alla Academy of Music in New York. Sebbene, già negli anni Quaranta si fosse parlato della costruzione in una remota area edificabile cittadina di una nuova Opera House che avrebbe potuto competere per il suo splendore e per la fastosità delle sue messe in scena, con i teatri d'opera delle grandi capitali europee, il "bel mondo" era, malgrado ciò contento, di ritrovarsi ogni inverno negli squallidi palchi giallo-oro della vecchia ma affabile Academy. I Conservatori, erano felici di questa situazione perché la piccolezza e la difficile fruibilità della sala dell'Academy, teneva fuori i "nuovi ricchi" che New York cominciava a temere nella consapevolezza che la città sarebbe presto stata loro; inoltre, era anche vero la qualità dell'acustica, che era sempre stato un problema per tutti i teatri d'opera, non lo era per la vecchia sala dell'Academy la cui acustica era eccellente.
Era la prima recita di Madame Nilson quell'inverno a New York, e quello che i quotidiani cittadini avevano già da tempo presentato come un "pubblico eccezionale" era giunto alla Academy of Music percorrendo strade rese scivolose dalla neve, utilizzando i più diversi mezzi di trasporto: chi in "broughams" privati, chi in "landau" abbastanza grandi da contenere un'intera famiglia, chi in spaziosi "Brown coupe", chi in carri di sua proprietà i quali, per dirla scherzosamente, conferivano ai loro proprietari il vantaggio, apprezzato dai sostenitori dei principi democratici, di poter ripartire a proprio piacimento, senza aspettare i comodi del proprio cocchiere che nel frattempo, messosi al riparo sotto i portici, aveva tracannato gin fino a farsi venire la punta del naso d'un colore rosso brillante. Credo sia stato uno di questi cocchieri ad avere la grande intuizione che gli americani vogliono allontanarsi da un luogo di divertimento, ancora più velocemente di come vi arrivino.
Quando Newland Archer aprì la porta sul retro dell'Academy, il sipario della sala della Academy of Music, s'era appena alzato sulla scena del giardino. Non c'era alcun valido motivo per cui il giovane non avrebbe dovuto giungere prima. Egli aveva cenato alle sette con la madre e la sorella. Dopo cena, aveva fumato, in tutta calma, un sigaro in biblioteca, che era l'unica stanza dove sua madre gli permetteva di fumare, circondato da scaffali color noce scuro e da sedie finemente imbottite. Ma, va tenuto conto del fatto che New York era una metropoli e in una metropoli "non era cosa" di arrivare puntuali all'opera. Non era chiaro che cosa si intendesse con l'espressione "non era cosa"; quello che conta è che essa svolgeva nella vita di Archer un ruolo che era tanto importante quanto quello svolto dal terrore totemico nella vita i suoi antenati millenni prima.
Il secondo motivo del suo ritardo dipendeva dal fatto che era un dilettante e che aveva perso tempo fumando il sigaro nella convinzione che un piacere diventa più sottile se si riflette su di esso; ciò accadeva soprattutto quando si trattava d'un piacere delicato. Comunque fosse, va aggiunto che se egli avesse calcolato il momento della sua entrata in sala, egli non avrebbe potuto scegliere un momento migliore, poiché Madame Nilsson aveva appena iniziato a cantare l'aria "Sì, m'ama", lasciando cadere a terra i petali di margherita in piena sintonia con le note che uscivano dalla sua ugola con delicatezza della rugiada.
Madame Nilsson cantava ovviamente in italiano, poiché una legge del teatro d'opera impone che i testi tedeschi o francesi che siano, devono essere tradotti in italiano per facilitare la comprensione da parte del pubblico di lingua inglese. A Newland, ciò sembrava così naturale come le convenzioni che condizionavano il suo stile di vita; come l'uso di due spazzole con il manico d'argento e il suo monogramma in smalto blu." (traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)
VI
Pierluigi era ritornato a trovarmi.
- Allora che ne dici? - chiese Pierluigi.
- Non
sarà facile tradurlo - risposi - Lo scritto della Wharton è un
pezzo di bravura. E' una sequela di giravolte. E' come spadaccina
che duelli con più avversari contemporaneamente.
- E,
in fin della licenza io tocco - aggiunse Pierluigi citando il Cyrano
de Bergerac.
Sorrisi.
Mio padre da giovane, amava recitare e con la sua filodrammatica
aveva impersonato anche il ruolo di Cyrano.
- Si
- convenni - Tocca e fa male perché dice la verità. La sua tesi.
aggiunsi, è che esiste un sistema che si autoalimenta. Gli scrittori
forniscono agli editori i libri che i lettori desiderano leggere e
così si chiude il cerchio. Un vero e proprio sistema a retroazione
positiva che fa riempire le pagine di banalità. L'Ethan From non
venne scritto dalla Wharton per rendersi simpatica di lettori.
Ethan Frome è un libro duro che lascia nel lettore l'amaro in bocca.
Ma è anche un libro che scava profondamente nell'anima umana.
Cercherete invano in Ethan Frome il "monologo interiore",
il "flusso di coscienza" che caratterizzano tanti
capolavori del Novecento. da Mrs Dalloway di Virginia Woolf a Ulisse
di James Joyce. Tale metodo di scrittura raggiunse l'apice con
Finnegans Wakes di Joyce. I personaggi del romanzo della Wharton non
non sono degli "eroi borghesi in crisi". Ethan non è il
Dedalus di Joyce. Non ha studiato dai Gesuiti. E' un personaggio
fatto di carne e di ossa. Non sa nulla di Freud. Non ha letto
Alberoni. Però ama, ama con tutto se stesso e nonostante tutto.
-Sputa
l'osso - fece Pierluigi.
- Ora, la domanda da farci - ribattei - e che un "lettore
meccanico" non si farà mai, è come ha potuto, una donna della
American upper class, nata e cresciuta in un mondo che Mattie avrebbe
giudicato come il mondo delle favole, concepire un romanzo così
duro, così antipatico, ma così affascinante come Ethan Frome? La
risposta è che si tratta di uno di quei miracoli che solo l'Arte può
realizzare.
-
Allora - osservò Pierluigi - Lo "scrittore meccanico" era
per la Wharton, chi scriveva per compiacere il "lettore
meccanico" con la complicità dello '"editore meccanico".
Ciò che la Wharton criticava era un "sistema" che
prosperava sulle mode del momento.
- Esatto - convenni - Per capire la critica della Wharton, occorrerebbe
leggere il quasi coevo saggio sulla moda di Georg Simmel, laddove
Simmel spiegava che la moda "ottunde il nostro cervello".
Non è perciò un caso che, in un mondo che vive di moda, nessuno
legga più Simmel né si interroghi sulle critiche della Wharton.
Schopenhauer nei Parerga distingueva fra chi viveva "per"
la letteratura e chi viveva "di" letteratura. Lo "scrittore
meccanico" vive "di" letteratura. L'arma migliore di
cui dispone uno scrittore per combattere l'ottundimento delle menti
operato dalle mode culturali, è l'ironia. Edith Wharton era una
maestra anche in questo campo.
- Non
è un caso perciò se oggi non si parla di letteratura ma di fiction.
-
Esatto - ribattei- La fiction è la negazione della letteratura. Tu
definiresti Guerra e Pace un'opera di fiction?
-
Neanche Il buon soldato Schweick
-
Centrato e affondato - commentai sorridendo.
-
Virginia Woolf, in Per le strade di Londra, sosteneva che l'unico
consiglio che si può dare nel campo della lettura è quello di non
darne. Una persona dovrebbe essere lasciata libera di scegliere il
libro che vuole leggere - notò Pierluigi.
- Il
problema - ribattei - è che non siamo liberi. E' dai tempi di Vance
Packard, cioè, dall'inizio degli anni 50 del secolo scorso che si
parla di "persuasori occulti". Lo stesso Vance Packard era,
però, in ritardo sui tempi. Come dimostrò lo storico francese Marc
Ferro, i nazisti avevano sviluppato delle tecniche raffinatissime di
persuasione occulta nella loro propaganda antisemita. Ferro portava
come esempio il film Suss l'ebreo. Recentemente, il sociologo
americano Benjamin Barber ha dimostrato, in un voluminoso saggio,
che anche chi si crede libero di scegliere quando va al supermercato,
in realtà è sottoposto a ogni sorta di condizionamenti. Ciò manda
a gambe all'aria il mito liberista della libertà di scelta.
Il
lettore di giornali agisce come un qualunque consumatore. Acquista un
prodotto e lo consuma attraverso la lettura. Ciò che legge sui
giornali contribuisce alla formazione della sua visione del mondo.
Nel nostro cervello accanto all'apparato che ci fornisce l'immagine
del mondo fisico, c'è un apparato, come spiegò Lorenz in L'altra
faccia dello specchio, che ci fornisce l'immagine del mondo
non-fisico. Il funzionamento di questo apparato è complesso. Un
fatto, comunque, è certo. L'immagine del mondo che esso ci fornisce
dipende in modo fondamentale dalle informazioni che noi forniamo all'apparato che ci fornisce la nostra immagine del
mondo. Ciò avviene con i buoni uffici di quello che Popper in L'Io e
il suo cervello, chiamò Mondo 3, il mondo della nostra produzione
culturale. Ciò che colpì gli americani l'11 settembre, fu che
qualcuno ce l'avesse con loro fino al punto da mettere in atto un
simile attacco terroristico. Gli americani erano convinti, infatti,
d'essere un "popolo scelto da Dio". Se chiedevate a un
americano, non solo al classico uomo della strada, come considerava
gli americani, egli vi avrebbe risposto che essi erano il popolo più
buono del mondo, più disinteressato del mondo e che tutto ciò che
faceva lo faceva in vista del bene altrui.
-
Anche in Vietnam? Anche a My Lay. Anche il tenente Calley autore del
massacro di My Lay durante la guerra in Vietnam era un uomo buono?-
chiese Pierluigi.
-
Certamente -risposi - Quello di My Lay fu un incidente. I marines
credevano che nel villaggio, ci fossero dei vietcong. Poi, visto che i
vietcong non c'erano si misero a ammazzare vecchi, donne e bambini.
Se domandavi lumi a questo proposito, eri un comunista.
- E
l'incidente del Tonchino? In quel caso carta canta. I documenti
segreti del Pentagono sulla guerra in Vietnam pubblicati dal New Yotk
Times parlano chiaro. Gli Usa cercavano il casus belli e non
trovandolo, lo inventarono. Così essi furono in grado d'intervenire ufficialmente in Vietnam per difendere i vietnamiti
dal comunismo, bombardandoli giorno e notte, usando l'agente arancio,
il napalm..
- Per
anni - spiegai - gli americani vennero tenuti all'oscuro di quello
che accadeva in Vietnam. Inoltre, in Vietnam andavano i negri. Quando
il presidente Lyndon B. Johnson, sulla base d'un consiglio datogli
dal suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Califano,
ordinò che i ragazzi perbene, quelli dei college, non potessero
ottenere più l'esenzione per motivi di studio e cominciarono a
partire anche loro per il Vietnam, allora, le famiglie perbene
protestarono. I ragazzi dei college non potevano andare in Vietnam.
In Vietnam si moriva e finché morivano i negri pazienza, era il
costo della pace. Ma i bianchi non dovevano comunque morire. Fu così
che Johnson si giocò la rielezione a presidente, anche se aveva
fatto più di qualunque altro presidente per gli "haves not".
Per contro, attorno al presidente Kennedy, sebbene Kennedy sia stato
tutto fuorché un grande presidente, sopravvive il mito. Kennedy
venne ucciso in diretta televisiva. Tutti noi abbiamo visto il suo
corpo sobbalzare tre volte, come se fosse stato colpito tre volte.
Tutti i presenti hanno udito distintamente tre colpi. Tutti noi
abbiamo rivisto la scena nel filmato girato da Zapruder. Il
presidente è sobbalzato tre volte. Ciò sgnifica che a sparare non
fu solo il fucile di precisione di Robert Lee Oswald, un Carcano
modificato; ma furono altre due armi e a sparare furono probabilmente
due agenti della agenzia per la sicurezza nazionale. Magrado ciò,
nessun giudice americano ha mai voluto prendere in considerazione il
filmato Zapruder. Chiarito ciò, ritorniamo a Virginia Woolf: la
libertà di scelta del lettore. Vediamo come funziona. L'industria
che produce libri è un'industria come le altre. Il libro è una
merce. Ha un costo di produzione. Ha un prezzo di vendita. Le regole
di gestione sono quelle di qualunque merce. Se il numero dei libri
venduti supera il break even point, ovvero punto a profitto zero,
l'editore ha un guadagno. Altrimenti ha una perdita. Ne deriva che
l'editore produrrà quei libri per i quali pensa ci sia un mercato.
Eviterà di pubblicare gli altri. Ciò spiega il motivo per il qual
degli analfabeti possono vincere importanti premi letterari.
Importante è saper compiacere il pubblico. Edith Wharton non era
interessata a ciò. se fosse stata interessata a ciò, non avrebbe
scritto l'Ethan Frome. Edith Wharton era una scrittrice tutt'altro
che convenzionale, anche quando trattava temi convenzionali, come in
Notturno veneziano.
Chiusi il file di Ethan Frome. Ne aprii un altro.
- Leggi qui- dissi a Pierluigi.
Pierluigi si allungò verso lo schermo e lesse a a voce alta.
- "Era il mese di Febbraio del 1760 e il giovane Tony, appena diventato maggiorenne, a bordo d'un mercantile appartenente alla flotta del vecchio Backwell, sentì il cuore balzargli in petto, quando gli apparve, tremolante nell'aria, la forma ancora indistinta a causa della distanza, della città di Venezia. Fin dalla sua infanzia il nome di Venezia era sempre stato una sorta di bacchetta magica.
Chiusi il file di Ethan Frome. Ne aprii un altro.
- Leggi qui- dissi a Pierluigi.
Pierluigi si allungò verso lo schermo e lesse a a voce alta.
- "Era il mese di Febbraio del 1760 e il giovane Tony, appena diventato maggiorenne, a bordo d'un mercantile appartenente alla flotta del vecchio Backwell, sentì il cuore balzargli in petto, quando gli apparve, tremolante nell'aria, la forma ancora indistinta a causa della distanza, della città di Venezia. Fin dalla sua infanzia il nome di Venezia era sempre stato una sorta di bacchetta magica.
Nella hall
della vecchia casa di Bracknell a Salem pendeva una serie di stampe
ingiallite che lo zio Richard Saulsbee aveva portato a casa da uno
dei suoi lunghi viaggi: vedute di moschee e palazzi, del Serraglio
del Grande Turco, della Chiesa di San Pietro in Roma; e, in un angolo
- vicina allla rastrelliera dove erano appesi i vecchi flintlocks -
c'era stampa che raffigurava Piazza San Marco a Venezia popolata di
gente indaffarata che aveva attratto in modo singolare la
immaginazione del piccolo Tony. ..."(traduzione dall'americano di Corrado Bevilacqua)
- Cosa dicevi prima dei giornali? - chiese Pierluigi
- Cosa dicevi prima dei giornali? - chiese Pierluigi
- Dicevo che un giornale è una merce che viene prodotta per essere venduta. Ciò significa che la scelta delle notizie è condizionata dall'audience. I giornali sono pieni di cronaca nera non perché i giornalisti siano dei morbosi. E l'opinione pubblica ad essere morbosa. All'origine, la nascita di uno spazio pubblico chiamato opinione pubblica fu certamente positivo e favorì la democratizzazione dell'Ancien Regime. Oggi è una palla al piede. Al giornale dove lavoravo c'era un collega, un certo Renato D. che amava dire che fare informazione non era come fare scarpe. Noi, invece, facevamo il giornale come producessimo scarpe.
- Però vendono - ribattevo io.
- L'hai detta giusta - diceva Renato - A loro interessano solo i soldi. Per i soldi pubblicherebbero qualsiasi cosa.
- Lo fanno già - chiosavo
VII
- Torniamo ai libri - dissi - L'Istat ci fa sapere che gli Italiani
comprano sempre meno libri. Colpa della crisi, ha osservato qualcuno. E' vero. Non ci son
soldi per pagare le bollette di luce, acqua e gas; per comprare latte
e pane, pasta e fagioli che costano come rubini. A Venezia, ai tempi
dei nostri nonni e bisnonni i bambini cantavano: "Ie ie, polenta
cole schie". Oggi le "schie" costano un occhio della
testa. e, per giustificare l'alto prezzo, qualcuno le chiama "ballerine
dell'Adriatico". Nei" magnifici" anni 60, anni
caraterizzati da unacrisi creata lucidamente da Bankitalia per mettere
fuori gioco il Centrosinistra, Alberto Sordi fece un film in cui era
un imprenditore che vedeva un occhio per togliersi dagli impicci. In
questi ultimi anni, parecchi imprenditori si sono ammazzati. Infatti,
girano pochi soldi e le banche, invece di aiutare gli imprenditori,
praticano l'usura. La gente comune porta gli"ori" di
famiglia al monte di pietà. Non va in libreria. E' anche vero, però,
in Italia, comunque, s'è sempre letto poco: colpa d'una scuola che
non ha mai stimolato alla lettura e colpa d'una letteratura che non è
mai riuscita a imporsi alla televisione, alla quale vanno le
preferenze degli italiani. Inoltre, credo sia da sottolineare che,
passati i "grandi" scrittori a miglior vita, la letteratura
italiana non è riuscita a trovar degli autori con delle personalità
altrettanto rilevanti che li sostituissero. Volendo scendere sul personale, ti confesserò che Alberto Moravia non mi era mai piaciuto. I libri di Moravia che,
come veneziano, salverei dall'acqua alta, sono Racconti romani e La
romana. Gli Indifferenti è un romanzo geniale, ma non è certamente
un romanzo "ispirato". La Noia è di una banalità
micidiale come L'attenzione e La disubbidienza. Il Moravia che
preferisco è quello dei saggi. La stessa cosa vale per Pasolini e per
Calvino. Non erano romanzieri. Erano saggisti. Romanzieri erano Riccardo Bacchelli,
Vasco Pratolini, Giorgio Bassani, Romano Bilenchi, Carlo Emilio
Gadda, Carlo Cassola, Mario Tobno, Manlo Canncogni, Beppe Fenoglio,
Elsa Morante, Fausta Cialente, Lalla Romano, Natalia Gingburg, Anna
Maria Ortese, Gianna Manzini. Come dimenticare Il mulino sul Po,
Metello, Il giardino dei Finzi Contini, Gli anni impossibili,
Menzogna e sortilegio, Le quattro ragazze Wieselberg, La penombra che
attraversammo, Lessico familiare, Ritratto in piedi? In ogni caso,
benché Calvino non fosse un romanziere, ma un saggista, come
dimenticare l'indimenticabile Marcovaldo? Come dimenticare dei romanzi così
diversi ma così inconfondibilmente unici come Il gattopardo di
Tomasi di Lampedusa, Orcynus Orca di Stefano Terra, Il comunista di
Guido Morselli? Volendo fare un paragone, essi possono essere
paragonati alle Tre cime di Lavaredo, tanto essi si distaccano dalla
normalità letteraria del nostro paese. Un tempo, a vivacizzarla,
c'era comunque Pier Paolo Pasolini con Ragazzi di vita, Una vita
violenta. C'era Moravia con Agostino, con La noia. C'era Gadda con La
cognizione del dolore. C'era Calvino con Se una notte di inverno in
viaggiatore..
Alle sei meno dieci ero in campo san Fantin. La galleria era ancora vuota. Il pubblico cominciò ad arrivare verso le sei e un quarto. Tamara era riuscita a trovare una seda per me vicino al banchetto dei libri. A rappresentare la libreria che gestiva il servizio libti, c'era una ragazza castana. magra, very nice, pensai. Qualcuno venne a chiedermi di firmare la mia traduzione. Firmai e ringraziai. Dopo un po' si cominciò. Parlarono il proprietario della galleria, Pierluigi, il giornalista Leopoldo Pietragnoli de Il gazzettino, Riccardo Calimani che presentò il libro. Io mi aspettavo che accennasse alla traduzione. Niente. Poco male. Alle 20 ero di nuovo al Fatebenefratelli. Mi cambiai. Mi portarono la cena che avevano tenuto da parte. Il mio compagno di stanza mi chiese com'era andata. Risposi che era andata bene. Per essere un uomo di settant'anni, ammalato di Parkinson, con un cancro che mi gira per il corpo e due ischemie, non potevo lamentarmi.
- Però vendono - ribattevo io.
- L'hai detta giusta - diceva Renato - A loro interessano solo i soldi. Per i soldi pubblicherebbero qualsiasi cosa.
- Lo fanno già - chiosavo
VII
- Dicono che il romanzo è morto - osservò PIerluigi.
-E' vero - convenni - Viviamo nell'epoca della "fiction". Che cos'è la fiction? Ce lo dice l'Hazon: "Prosa, narrativa, novellistica. Essa significa anche "invenzione, finzione" e viene impiegata in espressioni come works of fiction", ovvero, opere letterarie, cinematografiche. Ora, vi sentireste di definire fictions opere come Padri e figli, Anime morte, Guerra e pace, Delitto e castigo, Madame Bovary, Moby Dick, Ulisse, L'uomo senza qualità, La montagna incantata, Il lupo della steppa, La ricerca del tempo perduto? La funzione del romanzo infatti non era quella di raccontare una storia; né di descrivere dei paesaggi. La sua funzione era quella di "rappresentare un mondo". Il mondo di Swann, della marchesa di Guemantes, del conte di Charlus. Allora, era convinzione diffusa che la storia avesse un senso e un fine. Ciò imponeva allo scrittore un atteggiamento conseguente. I dialoghi dovevano dire qualcosa. Le descrizioni avevano una funzione ben precisa. Leggete Il ventre di Parigi di Emile Zola e capirete la Francia del tempo.
Noi abbiamo deciso che non vogliamo rompiballe fra i piedi. Invece di essere interessati a capire il mondo che ci circonda, facciamo di tutto per estraniarci da esso. Quelle che Albert Camus in il mito di Sisifo chiamava le "muraglie dell'assurdo", non sono altro che delle barriere create da noi stessi nella illusione di poterci ritirare dal mondo. Errore. Non c'è verso di sfuggire alla vita. Essa ti stana ovunque tu sei. Non c'è verso di fuggire al proprio destino.
"Effy vieni". Così comincia quello che Thomas Mann definì uno dei quattro più grandi romanzi mai scritti. Effy Briest di Theodore Fontane. Effy andò. Andò a conoscere il suo sposo. Uomo maturo, onesto, innamorato di lei. Apparentemente era il miglior uomo che Effy, appena superata la soglia dell'adolescenza, potesse sposare. In realtà, era un uomo che non aveva mai capito la moglie e che fu tanto onesto da procurarle la morte.
Uno scrittore di fiction non avrebbe mai potuto rappresentare il dramma di Effy Briest, c'è voluto un romanziere a tutto tondo, come Fontane. Così, soltanto una romanziera a tutto tondo come Edith Wharton, fu in grado di rappresentare il dramma di Ethan Frome. Nella introduzione al romanzo, "the first I have ever published", scrisse la Wharton, ella confessa che, sin dal "first flash", nello scrivere il romanzo, si imbattè nel fatto che l'oggetto da lei scelto travalicava i limiti che ella aveva pensato di imporgli.
Questa osservazione ci porta al centro del processo creativo. Più tu come autore, cerchi di porre dei limiti alla trattazione, più la materia che stai trattando cerca di sfuggire al tuo controllo. I capolavori sono quei romanzi in cui l'autore riesce a mantenere il controllo dal principio alla fine, al punto che, Edith Wharton avrebbe potuto dire, parafrasando Gustave Flaubert: "Etham Frome sono io".
IX
Alle sei meno dieci ero in campo san Fantin. La galleria era ancora vuota. Il pubblico cominciò ad arrivare verso le sei e un quarto. Tamara era riuscita a trovare una seda per me vicino al banchetto dei libri. A rappresentare la libreria che gestiva il servizio libti, c'era una ragazza castana. magra, very nice, pensai. Qualcuno venne a chiedermi di firmare la mia traduzione. Firmai e ringraziai. Dopo un po' si cominciò. Parlarono il proprietario della galleria, Pierluigi, il giornalista Leopoldo Pietragnoli de Il gazzettino, Riccardo Calimani che presentò il libro. Io mi aspettavo che accennasse alla traduzione. Niente. Poco male. Alle 20 ero di nuovo al Fatebenefratelli. Mi cambiai. Mi portarono la cena che avevano tenuto da parte. Il mio compagno di stanza mi chiese com'era andata. Risposi che era andata bene. Per essere un uomo di settant'anni, ammalato di Parkinson, con un cancro che mi gira per il corpo e due ischemie, non potevo lamentarmi.

